Economia | 10 ottobre 2022, 12:19

Carrello della spesa, mai così caro da quarant'anni

L'aumento calcolato dall’Istat è dell’11,1% rispetto allo scorso anno. Solo nel 1983 si registrò una percentuale maggiore (12,2%). Il rischio è un crollo dei consumi dei beni che non sono di prima necessità.

Carrello della spesa, mai così caro da quarant'anni

Se di recente, entrando in un supermercato, avete avuto l’impressione di essere usciti con il portafoglio più leggero del solito, beh, sappiate che non è solo un’impressione. Bisogna tornare indietro di quasi 40 anni per trovare una percentuale di crescita del prezzo dei beni di prima necessità, su base annua, che supera la doppia cifra. Era, infatti, il luglio del 1983 quando, per una serie di fattori interni ed esterni al Paese, il costo del carrello della spesa era aumentato del +12,2%. Oggi, con la crisi energetica, l’aumento delle spese per i trasporti, in generale delle materie prime, alle quali si aggiunge anche un’inflazione che sfiora il 9% su base annua, l’aumento calcolato dall’Istat è dell’11,1% rispetto allo scorso anno.

I prezzi al consumo volano e le famiglie italiane, già provate dalle bollette e dal potere d’acquisto sempre più debole, iniziano a temere per un autunno-inverno che sarà difficile.

Per dare qualche numero, a crescere di più sono proprio i beni alimentari (da +10,1% di agosto a +11,5%), ma ci sono anche i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +4,6% a +5,7%). Pur rallentando di poco, continuano ad aumentare gli energetici (da +44,9% a +44,5%) sia regolamentati (+ 47,7%) che non regolamentati (+41,2%).

Un costo della vita sempre più ostico, pensando, in primis, alle categorie più fragili della popolazione: pensionati, mono genitori e famiglie con molti figli.

Al momento, con l’inflazione dicevamo all’8,9%, l’aumento considerata la totalità dei consumi di una famiglia ’tipo’, è pari a + 2.734 euro, di cui 657 euro solo per la spesa alimentare, conto che sale a +3.551 euro annui per una famiglia con due figli.

Questo cosa vuol dire in termini pratici? Che ai beni di primo consumo gli italiani non rinunceranno mai, a meno che non siano costretti da forze maggiori, piuttosto inizieranno a tagliare altre spese (abbigliamento, ristorazione, svago), con tutte le conseguenze che possiamo immaginare per il mercato dei consumi e del lavoro.

«Siamo stanchi di dover continuare a lottare contro uno Stato che finora non ci ha aiutato ma solo ostacolato, vessando in ogni modo le nostre attività – afferma polemicamente Alessia Brescia, presidente e portavoce dell’Associazione Ristoratori Veneto -. Si prospetta un inverno terribile: il riscaldamento sarà impossibile da gestire, con aumenti record superiori al 50%, i locali saranno vuoti perché l’onda d’urto che colpirà le famiglie ridurrà la spesa procapite e noi azzereremo il fatturato».

Al nuovo governo italiano, quindi, trovare la ricetta per attraversare l’insidioso guado, sperando che non sia troppo largo e ampio, con l’Europa che deve necessariamente ergersi a faro guida in questa fase delicata per tutti gli stati membri, compresa l’Italia.

O si trova una via d'uscita o il rischio di una tenuta sociale sarà più che concreto.