Economia | 25 settembre 2022, 15:17

Nuovo Governo, CGIA: «Primi cento giorni choc: dovrà trovare quaranta miliardi»

Secondo le previsioni dell'Ufficio Studi della CGIA di Mestre, il nuovo Governo ha già un'"ipoteca" di quaranta miliardi, che dovrà trovare entro il 31 dicembre.

Nuovo Governo, CGIA: «Primi cento giorni choc: dovrà trovare quaranta miliardi»

«Senza approvare alcuna misura promessa in questa campagna elettorale, il nuovo Governo dovrà comunque trovare entro il prossimo 31 dicembre almeno quaranta miliardi di euro; di cui cinque miliardi per estendere anche al mese di dicembre gli effetti contro il caro energia introdotti la settimana scorsa con il decreto Aiuti ter e altri 35 miliardi per consentire, attraverso la prossima legge di bilancio, che alcuni provvedimenti introdotti  dal Governo Draghi non decadano con l’avvio del nuovo anno».

In altre parole, sottolinea l’Ufficio studi della CGIA, «il nuovo esecutivo che “uscirà” dalle urne ha già un'ipoteca da quaranta miliardi di euro e sarà quasi impossibile mantenere, almeno nei primi cento giorni, le promesse elettorali annunciate in questi ultimi due mesi; come, ad esempio,  la drastica riduzione delle tasse,  la riforma delle pensioni, il taglio del cuneo fiscale, etc.  Senza contare che se il nuovo inquilino di Palazzo Chigi vorrà intervenire con ulteriori provvedimenti per mitigare il caro energia saranno necessari, come da tempo sottolineano gli artigiani mestrini, altri 35 miliardi di euro per ridurre di almeno la metà i rincari che si sono “abbattuti” quest’anno su famiglie e imprese».

La legge di bilancio 2023

Entro il 27 settembre sarà il governo uscente a presentare la Nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (Nadef), mentre spetterà al nuovo esecutivo redigere entro il 15 ottobre il Documento programmatico di bilancio (Dpb) ed entro il 20 ottobre il disegno di legge di bilancio. Scadenze, queste ultime due, che quasi certamente non potranno essere rispettate, visto che la prima seduta delle nuove Camere è stata fissata il 13 ottobre. Anche approvare in tempo la finanziaria 2023 non sarà facile: per legge il voto definitivo deve avvenire entro  il 31 dicembre, altrimenti scatta l’esercizio provvisorio. «Pertanto, i tempi a disposizione sono strettissimi e non sarà facile trovare le tutte le risorse per confermare anche per l’anno venturo molti provvedimenti introdotti dal governo Draghi», evidenzia la CGIA. Esse sono:

  • quasi 15 miliardi di euro per rinnovare nei primo trimestre le misure contro il caro energia previste dal decreto Aiuti ter;
  • almeno 8,5 miliardi di euro per indicizzare le pensioni;
  • almeno 5 miliardi per il rinnovo del contratto del pubblico impiego;
  • 4,5 miliardi di euro per lo sconto contributivo del 2 per cento a carico dei lavoratori dipendenti con reddito fino a 35 mila euro;
  • 2 miliardi di euro di spese indifferibili.

 «È in arrivo la stagflazione»

«Il pericolo che l’economia del nostro Paese stia scivolando lentamente verso la stagflazione è molto elevato. Questo fenomeno, ai più sconosciuto, si manifesta raramente, ovvero quando ad una crescita economica tendente allo zero, o addirittura negativa, si affianca un’inflazione molto alta che fa aumentare in misura molto preoccupante il tasso di disoccupazione. Uno scenario che potrebbe verificarsi l’anno prossimo anche in Italia, così come già è successo nella seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso.  Gli effetti della guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti energetici rischiano, nel medio periodo,  di spingere l’economia verso una crescita pari a zero, con una inflazione che si avvierebbe a toccare le due cifre», illustra l'ufficio studi.

«Bisogna tagliare le tasse e la spesa corrente»

CGIA prosegue: «Contrastare la stagflazione è un’operazione estremamente complessa. Per invertire la spinta inflazionistica, gli esperti sostengono che le banche centrali dovrebbero contenere le misure espansive e aumentare i tassi di interesse, operazione già in corso che provocherà la diminuzione della massa monetaria in circolazione».

«È evidente che avendo un rapporto debito/Pil tra i più elevati al mondo, con l’aumento dei tassi di interesse l’Italia registrerebbe un deciso incremento del costo del debito pubblico. Altresì, bisognerebbe intervenire simultaneamente almeno su altri due versanti: in primo luogo, attraverso la drastica riduzione della spesa corrente e, in secondo luogo, con il taglio della pressione fiscale, unici strumenti efficaci in grado di  stimolare i consumi e per questa via alimentare anche la domanda aggregata di beni e servizi. Operazioni, queste ultime, non facili da applicare in misura importante, almeno fino a quando non verrà  “rivisto” il Patto di Stabilità a livello europeo», conclude l'Ufficio studi.