Economia | 04 marzo 2022, 18:17

Riemerge l’incubo nucleare, pensavamo non potesse più tornare

Con l'attacco al sito di Zaporizhzhia, in Ucraina, e la presa della centrale nucleare più grande d’Europa da parte dell’esercito russo, riemerge la grande paura vissuta nel 1986 con il disastro di Chernobyl.

Riemerge l’incubo nucleare, pensavamo non potesse più tornare

L'8 e 9 novembre 1987 l'Italia disse «no» all'uso dell'energia atomica con il primo, storico, referendum sul tema. A due anni dallo scoppio della centrale di Chernobyl, il più grande disastro nucleare del secondo dopoguerra, il nostro Paese prese una posizione netta e contraria nei confronti dell’utilizzo di una fonte di energia tanto potente e preziosa, quanto potenzialmente devastante.

Il giorno in cui gli italiani furono invitati ad esprimersi si contavano nel Belpaese quattro centrali elettronucleari: la centrale di Latina, da 210 MWe, attiva dal 1964; la centrale Garigliano di Sessa Aurunca (in provincia di Caserta), da 160 MWe, attiva dallo stesso anno della precedente, spenta prima del referendum; la centrale Enrico Fermi di Trino (in provincia di Vercelli), da 270 MWe attiva dal 1965; la centrale di Caorso (in provincia di Piacenza), da 860 MWe, attiva dal 1981, l’unica delle quattro ad essere di seconda generazione.

Anche negli anni Settanta il problema energetico era sentito a causa del rapido aumento dei prezzi di importazione dei prodotti petroliferi dovuti alla questione arabo-israeliana che diede una spinta proprio al nucleare. Il Piano Energetico Nazionale del 1975 prevedeva addirittura la realizzazione di altre otto unità nucleari oltre quelle esistenti.

Poi il referendum abrogativo già citato e il silenzio fino al 2011, quando un nuovo referendum, condizionato forse anche da un altro incidente nucleare occorso alla centrale giapponese di Fukushima, vide trionfare il fronte del “Sì”, favorevole all’eliminazione del nucleare, con il 94 per cento dei voti. L’affluenza del 57 per cento aveva inoltre permesso di raggiungere il quorum e validare così i risultati.

Oggi, sono circa 128 i reattori nucleari attivi in Europa: il primato spetta alla Francia con 58 in funzione; seguono Russia (32) e Regno Unito (19), Germania (17) e Ucraina (15).

Proprio una delle quattro centrali ucraine, dicevamo, che conta ben sei reattori dei 15 totali, è oggetto di contesa e di scontro armato. Non solo Zaporizhzhia è la più grande d’Europa, ma anche fra le più grandi del mondo. La sua produzione è in grado di raggiungere 42 miliardi di kWh di elettricità, pari a circa il 40% dell'elettricità generata complessivamente da tutte le centrali nucleari ucraine e a un quinto della produzione annuale di elettricità in Ucraina.

Il presidente Zelensky parla di "terrore nucleare" dopo la presa di controllo con la forza delle truppe del Cremlino, e fa bene. Anche se l'Agenzia Internazionale per l'Energia Nucleare (Aiea) afferma che «nessun reattore è stato colpito e non c'è stato nessun rilascio di radiazioni nell'ambiente», la preoccupazione rimane altissima.

Il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba, dopo un incendio scoppiato la scorsa notte attorno al perimetro esterno alla centrale, su Twitter ha scritto: «Se dovesse esplodere, sarebbe 10 volte peggio di Chernobyl. La Russia deve immediatamente cessare il fuoco, consentire ai pompieri di intervenire e “creare una zona di sicurezza».

Noi che pensavamo di esserci liberati definitivamente dalla minaccia nucleare abolendola nel nostro Paese, non solo ce la troviamo fuori dalla porta, in altri stati europei vicini, ma siamo ora ostaggio di un conflitto folle e assurdo che rischia di degenerare e di compromettere seriamente la sicurezza nazionale, europea e mondiale.