Lavoro | 17 dicembre 2021

Veneto, smart working e lavoro in presenza: il sondaggio di Legacoop e Inail

Esposti i risultati dello studio sul benessere dei lavoratori. Obiettivo, prevenire i rischi in quanto, il 46% dei lavoratori in smart working e il 43% di quelli in presenza, è in una situazione di stress da tenere monitorata.   Gli stati d’animo, le emozioni e il contesto lavorativo.

Veneto, smart working e lavoro in presenza: il sondaggio di Legacoop e Inail

A pochi giorni dalla firma dell’accordo che regolamenta lo smart working nel privato, arriva la presentazione di una ricerca che ha indagato come il lavoro agile e il lavoro in presenza nella pandemia siano stati vissuti da un campione di 300 lavoratori e lavoratrici di alcune imprese cooperative associate a Legacoop Veneto.

Da una parte lavoratori più autonomi e “digitali”, dall’altra datori di lavoro più flessibili e meno orientati al controllo: sono le caratteristiche principali del lavoratore smart e del leader smart ideali, richieste per garantire il benessere delle persone coinvolte in lavoro agile e la migliore organizzazione per l’impresa. È quanto emerge in sintesi dall’indagine, avviata lo scorso febbraio e condotta da Legacoop Veneto e Inail-Direzione regionale Veneto, all’interno di un progetto più ampio dal titolo “La prevenzione del rischio stress lavoro correlato: strategie di work life balance nello smart working e nel lavoro in presenza nell’attuale scenario sanitario”.

Primo in Veneto concentrato a monitorare la situazione all’interno dalle cooperative, il progetto nasce dalla consolidata partnership di Legacoop Veneto e Inail-Direzione Regionale Veneto, con la collaborazione di Isfid Prisma, società di servizi di Legacoop Veneto.

A ispirarlo e guidarlo, la consapevolezza che nell’attuale congiuntura pandemica, tra i diversi rischi nell’ambiente di lavoro, c’è anche quello di un aumento dei livelli di stress con gravi effetti sul benessere psicologico-emotivo delle persone: rischi psicosociali derivati dall’incertezza presente e futura riguardo la situazione lavorativa, ma anche dai cambiamenti nei processi e nelle modalità di lavoro, organizzative e non solo.

In un’ottica di potenziale futura estensione dell’utilizzo dello smart working, il progetto intende dunque consegnare alle imprese strumenti di conoscenza e linee guida utili, ancor più in questa difficile congiuntura pandemica, per prevenire e ridurre i rischi di stress da lavoro correlato e insieme evitare situazioni nocive non solo per il benessere del lavoratore ma anche per l’intera organizzazione di riferimento.

Così l’indagine ha voluto ascoltare lavoratori e lavoratrici, analizzando il loro stato di benessere e misurandone il livello di stress. Per farlo è stato utilizzato lo strumento del “termometro emozionale”, in grado di quantificare le emozioni provate nel periodo emergenziale dalle persone, in modo particolare rispetto al contesto lavorativo, sia da remoto che in presenza. E ancora si è indagato sull’adeguatezza degli strumenti a disposizione, sulla congruità degli orari lavorativi, sulla situazione familiare e le eventuali criticità di gestione.

A rispondere al questionario somministrato sono stati lavoratori e lavoratrici (72% sul totale) di cooperative sociali di tipo A e B, di cooperative culturali, di consumo e di servizi. Il 41% del campione lavorava da remoto al momento dell’intervista, il restante 59% in presenza. L’età media è di 41-50 anni per i lavoratori in presenza (fascia che costituisce il 38% del totale) e di 30-40 anni per chi in smart working (41% del totale); è laureato il 61% dei lavoratori da remoto e il 27% di chi impegnato in presenza.

Rispetto ai temi specifici dell’indagine, è emerso che il 46% dei lavoratori in presenza e il 43% di quelli in smart working si trovava al momento dell’intervista in una situazione di stress che è bene monitorare. Ovvero in uno stato da tenere sotto controllo per impedire il presentarsi di situazioni patologiche, attraverso attività di prevenzione e ascolto, come l’avvio da parte del progetto di un centralino e di uno sportello virtuale a disposizione degli intervistati. Numeri che, dall’altra parte, ci dicono però come non emerga alcuna differenza significativa tra il potenziale di stress di chi lavora in presenza, con il timore di ammalarsi, e chi è attivo invece in lavoro agile.

Quando si va poi a indagare le percezioni delle persone rispetto al loro futuro lavorativo, l’81% dei lavoratori da remoto e il 61% di chi lavorava in presenza afferma di sentirsi “coraggioso”. Il dato, indagato più in profondità, rivela che a sentirsi più positivi e meno stressati sono i giovani lavoratori da remoto, per lo più dotati di un livello di scolarizzazione superiore e con maggiori competenze digitali che anche consentono loro una maggiore autonomia di gestione.

La ricerca ha così permesso di delineare il profilo del lavoratore smart ideale: organizzato, addetto a mansioni intellettuali, con un livello di scolarità medio-alto (laurea di primo o secondo livello), con competenze digitali e autonomia nello svolgimento del compito. Viceversa, risultano più preoccupati nello svolgere il proprio lavoro da remoto coloro che si sentono meno pronti all’utilizzo degli strumenti digitali e tecnologici, e che magari hanno a che fare con una leadership poco flessibile e con una gestione familiare più complessa e faticosa.

Dal punto di vista organizzativo, nelle cooperative dove si lavorava da remoto l’utilizzo dello smart working rivela alcune criticità. Il 55% degli intervistati, ad esempio, dichiara di non aver ricevuto obbiettivi specifici assegnati per la propria mansione. E ancora, circa un terzo di chi lavorava da distante afferma che solo sporadicamente si sono svolte riunioni di condivisione delle attività (una volta al mese o ancor più dilazionate). Inoltre, l’88% dei lavoratori in smart working segnala che i propri orari lavorativi sono aumentati. Un dato che fa emergere il concetto del diritto alla disconnessione, proprio ora introdotto nel recente accordo che disciplina il lavoro agile nel privato.

Sempre parlando di organizzazione, per i lavoratori in presenza in tempi di pandemia, le imprese cooperative figurano essere state capaci di garantire con efficienza il rispetto delle misure di sicurezza anti Covid-19, fornendo al personale dispositivi di protezione individuale (dpi) e di igienizzazione, consegnando le informative del caso e dotando gli spazi, ove necessario, di apposite barriere protettive.

«Questa ricerca è il primo tentativo di fare una ricognizione del genere nell’ambito del settore cooperativo – sottolinea Davide Mantovanelli, responsabile del progetto per Legacoop Veneto –. Sono stati coinvolti i diversi settori della cooperazione a partire dal welfare e la cultura, al consumo e i servizi, sino ai trasporti e al manifatturiero. L’obiettivo è supportare i lavoratori delle imprese associate fornendo gli strumenti necessari per cercare di limitare lo stress da lavoro correlato che può sorgere in una condizione sociale modificata dagli avvenimenti sanitari, quale è quella che stiamo vivendo, ed evitare delle vere situazioni difficili e magari il conseguente burnout».

Esprime particolare soddisfazione e apprezzamento per l’iniziativa e i suoi obiettivi Enza Scarpa, direttore regionale di Inail Veneto: «Da questo progetto emerge la lungimiranza di Legacoop e Inail di aver voluto approfondire un nuovo rischio e una nuova condizione organizzativa per lavoratori e imprese dovuti alla grave emergenza sanitaria tuttora in corso. In particolare, la capacità e la sensibilità di valutare problemi e situazioni di criticità prodotte da una gestione del lavoro imposta da un evento emergenziale. Il progetto è, dunque, una concreta e importante espressione dell’importanza della prevenzione e della tutela della salute di chi è impegnato al lavoro e per il lavoro».

«Ancora una volta questa progettualità ci fa capire che lavorare in sinergia con altri enti del territorio porta a risultati importanti: questa rinnovata collaborazione tra Legacoop Veneto e la Direzione regionale Inail del Veneto ci permette di rispondere al rischio sempre più crescente e preoccupante dello stress da lavoro correlato, per tutelare al meglio sia i lavoratori delle nostre associate, che le imprese stesse, mettendo in luce il fenomeno e fornendo strumenti utili per gestirlo e prevenirlo» evidenzia Mirko Pizzolato, direttore generale di Legacoop Veneto.

Tatiana Favaro, psicologa e psicoterapeuta consulente di Isfid Prisma che ha seguito la fase di indagine del progetto e la definizione del termometro emotivo, afferma: «Per sondare lo stato emotivo dei lavoratori e delle lavoratrici è stata misurata la loro “temperatura emotiva”, con l’obiettivo di mappare gli elementi utili a favorire la prevenzione delle condizioni di rischio psicosociale nei lavoratori sia in smart working che in presenza. Le emozioni sono, infatti, processi multicomponenziali che si attivano attraverso eventi e fattori di varia natura (pensieri, immagini mentali, ricordi e modifiche del sistema sociale). Sono dunque un segnale importante di cambiamento nelle persone. E proprio l’approccio al lavoro nel periodo attuale rappresenta un evento scatenante di emozioni nei lavoratori che sono mediate dalla “natura” (condizione genetica individuale) e dalla “cultura” (socializzazione primaria e secondaria)».