Lavoro | 09 dicembre 2021, 08:28

Accordo del Governo sullo smart working: 1 lavoratore su 4 è da remoto

Nel 2021, il lavoro da casa ha coinvolto il 41% delle imprese e il 24% dei soggetti con oltre 5milioni di collegati. L'accordo del Ministero del Lavoro agevola lo smart working ma rimangono questioni aperte: il 33% dei soggetti non ha adeguate conoscenze informatiche e 7 imprese su 10 non hanno dotazioni tecnologiche sufficienti

Accordo del Governo sullo smart working: 1 lavoratore su 4 è da remoto

Smart working per quasi 1 lavoratore su 4 (24%) nel 2021 con oltre 5 milioni collegati all’ufficio dalla cucina, dal salotto, dallo studio o dalla camera da letto di casa, con computer, webcamera e linea Internet più o meno potente.

E’ quanto emerge dall’elaborazione dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano nel commentare positivamente la firma al Ministero del Lavoro del Protocollo Nazionale con le linee di indirizzo per la contrattazione collettiva sul lavoro agile nel settore privato proposto dal ministro Andrea Orlando.

Secondo l’indagine di Uecoop su “Covid, il lavoro 4.0 in Italia” nel corso dell’ultimo anno lo smart working ha riguardato 4 imprese su 10 (41%) con un incidenza molto variabile a seconda del settore considerato, dell’impego di personale esterno con funzioni manuali e della possibilità di delocalizzare fra le mura domestiche dei dipendenti una parte dell’attività

Il lavoro agile ha molte sfumature che vanno dall’orario alle difficoltà di connessione, dalla produttività fino alla possibilità di concentrarsi in un ambiente domestico dove magari ci sono altri familiari o bambini, tutte variabili che influiscono sulla produttività del lavoro. Per questo sono apprezzabili nell’accordo siglato al Ministero i principi che regolano la volontarietà e dell'alternanza tra attività in presenza e da remoto, sull’accesso al lavoro agile, sul trattamento economico, sulla parità di genere, sulla formazione e sulle dotazioni tecnologiche.

Anche se il principale dei problemi nell’uso delle tecnologie informatiche viene individuato nell’aggiornamento e nella capacità del personale (33%) dal costo di attrezzature e programmi (29%), dalla mancanza di una rete a banda larga per il passaggio dei dati (22%) fino al rischio di perdita di dati e di informazione di archivio (16%).

Tra i freni all’uso della tecnologia c’è anche la formazione dei dipendenti visto che nel 47% delle imprese meno della metà dei dipendenti e in alcuni casi nessuno ha adeguate conoscenze informatiche, a fronte di un lavoro digitale che riguarda da 4 a 8 ore della giornata in oltre la metà (54%) delle aziende.

Inoltre non sempre la dotazione tecnologica dei dipendenti è adeguata allo nuovo smart working con 7 imprese su 10 (69%) che nel 2021 hanno dovuto integrare la strumentazione e i sistemi di collegamento da remoto, anche se la grande maggioranza degli smart workers (75%) utilizza prevalentemente il proprio pc, secondo l’Osservatorio Nomisma-Crif “The World after lockdown”.

Per il 17% dei lavoratori il risparmio economico e di tempo generato dal mancato spostamento rappresentano i principali vantaggi dello smart working, per un altro 13% i lati positivi risiedono semplicemente nell’avere più tempo libero a disposizione per i propri hobby o per la famiglia. Altri elementi particolarmente apprezzati ricadono nella sfera dell’organizzazione del lavoro: maggiore autonomia (14%) e flessibilità (12%) nella gestione dei carichi di lavoro.

Oltre a registrare un miglioramento dei risultati professionali secondo 3 addetti su 4 (76%), lo smart working ha permesso di recuperare il tempo perso negli spostamenti fra casa e lavoro, facendo risparmiare risorse alle famiglie anche sulla spesa per la pausa pranzo e per l’abbigliamento. Esistono però anche gli scontenti con il 29% dei lavoratori che ha denunciato difficoltà a separare il tempo dedicato all’attività professionale da quello invece da riversare alla famiglia e alla propria persona con un precario equilibrio fra le due sfere di vita secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano.