Economia | 16 novembre 2021

CCIAA Verona e Avviso Pubblico insieme per fare chiarezza su ecomafie e agromafie

Chiusa con successo, ieri pomeriggio, la quinta tappa del percorso formativo organizzato dalla Consulta della Legalità della Camera di Commercio di Verona in collaborazione con Avviso Pubblico. Sotto la lente d'ingrandimento il malaffare del ciclo dei rifiuti per 3miliardi di euro l'anno. Attestato un +10% di infiltrazione mafiosa sul mercato alimentare (21 miliardi annui)

CCIAA Verona e Avviso Pubblico insieme per fare chiarezza su ecomafie e agromafie

Il resoconto della quinta giornata di formazione promossa dalla CCIAA di Verona in collaborazione con Avviso Pubblico.

Si è svolto ieri pomeriggio, lunedì 15 novembre, in modalità online. È la quinta tappa del percorso formativo organizzato dalla Consulta della Legalità della Camera di Commercio di Verona in collaborazione con Avviso Pubblico.

Alla giornata formativa, dal titolo “Agromafie ed ecomafie”, hanno partecipato oltre 60 persone, tra cui rappresentanti del mondo economico e imprenditoriale, delle Forze dell’Ordine, sindacalisti, amministratori locali e giornalisti.

Ad aprire l’incontro è stato il saluto introduttivo di Riccardo Borghero, vice segretario generale della Camera di Commercio di Verona che, dopo aver sottolineato gli obiettivi della Consulta della legalità, ha ricordato l’incontro conclusivo del Progetto, che si svolgerà nel mese di febbraio 2022, e che a breve sarà diffuso un Vademecum, una sorta di guida pensata per i rappresentanti del mondo economico ed imprenditoriale all’interno della quale sarà possibile trovare i dati e le principali informazioni per prevenire e contrastare le infiltrazioni mafiose sul territorio veronese.

A seguire Antonio Pergolizzi, giornalista e curatore del Rapporto Ecomafie di Legambiente, nel suo intervento introduttivo ha approfondito il tema della criminalità organizzata nel settore dei rifiuti, cercando di individuare l’origine del fenomeno anche rispetto alle carenze normative e strutturali.

«Gli interessi delle mafie nel settore dei rifiuti vanno ricondotti, in primo luogo, a forme di criminalità economica, in cui centrale è la modalità d’azione delle imprese – ha dichiarato Pergolizzi –. Il ciclo dei rifiuti è tra i più colpiti dalla presenza del malaffare, con un giro d’affari stimato in 3 miliardi l’anno. In questo vuoto, le mafie e un modo non onesto di fare impresa hanno avuto ampie possibilità di inserirsi. Il ruolo dei trafficanti di rifiuti è anzitutto quello di mediazione: essi si insinuano tra domanda e offerta nei mercati dei rifiuti urbani e speciali (quest’ultimo rappresenta l’85% del totale ed è il cuore del problema) e agiscono, nelle pesanti falle dei meccanismi di regolazione, con la modalità del problem solver, dispiegando potere e capacità economiche e offrendo servizi agli imprenditori del centro-nord che si sono mostrati, nel tempo, interessati e ricettivi».

«La realtà attuale, peraltro, è più complessa che in passato: non si tratta più di contrastare soltanto il fenomeno del sotterramento dei rifiuti, perché oggi l’evoluzione è anche nella direzione della falsificazione dei documenti di accompagnamento dei rifiuti, nell’ottica di far figurare dei trattamenti che in realtà non avvengono, con vantaggi per vari attori. Per questo è essenziale un sistema integrato di controlli, tracciamento e monitoraggio dei rifiuti (si vedano le buone prassi di Veritas, ad esempio), coinvolgendo tutti i soggetti della filiera».

«Le carenze strutturali vanno approfondite – ha concluso Pergolizzi – il vero salto di qualità, anche nella lotta al crimine in materia di rifiuti, consiste nella predisposizione di forme di pianificazione pluriennale del ciclo integrato dei rifiuti, con filiere efficienti affinché anche l’impiantistica (su cui vengono canalizzate molte risorse, anche nel PNRR) venga messa a disposizione di una visione complessiva. L’approccio opposto, quello dell’emergenza continua, è d’altro canto il terreno fertile per le mafie».

A seguire il magistrato Giancarlo Caselli, oggi Presidente del Comitato scientifico Fondazione «Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare di Coldiretti, si è concentrato sul tema della presenza mafiosa nel settore agroalimentare, ricostruendo lo spettro, veramente ampio, degli interessi della criminalità organizzata in quest’ambito.

«L’agroalimentare è un settore portante, anche sul piano del PIL, ed è trainato dal Made in Italy – ha dichiarato il magistrato Caselli – Questo settore tira e attira, naturalmente anche i mafiosi. Da quando sono nate, le mafie sono attratte dai settori in cui si guadagna bene e con bassa intensità espositiva: queste sono anche le caratteristiche del settore agroalimentare. Le normative in materia sono molto vetuste e necessitano di un aggiornamento: ciò dovrebbe costituire una priorità per combattere efficacemente il fenomeno, che si mostra molto insidioso».

«Oggi il giro di affari delle agromafie è di 21 mld annuo, con incremento annuale del 10% - ha continuato Caselli – Le agromafie coprono un arco che va dalla terra alla tavola: si parla sempre più frequentemente di mafia liquida, che penetra dappertutto. I settori colpiti sono molteplici, tra questi: la filiera, l’acqua, il trasporto su gomma, la fornitura di vari prodotti e materiali, la commercializzazione nella grande distribuzione e in quella al dettaglio, le operazioni sui grandi mercati ortofrutticoli, la rilevazione diretta degli esercizi commerciali nel settore della ristorazione, il condizionamento delle ricerche sino ad arrivare all’orientamento delle preferenze e dei gusti».

«Gli effetti della presenza mafiosa sono così devastanti, con grave danno anche per gli imprenditori onesti. La capacità delle mafie, anche nell’agroalimentare, di trovare risposte organizzative della produzione si basa sul fatto che sono maestri nella fornitura dei servizi, e questo aspetto tocca anche l’ambito del caporalato. Il fenomeno in questione non tocca solo l’agroalimentare, ma interessa anche altri settori e può essere combattuto efficacemente solo in un’ottica di rete e rafforzando la legge 199/2016 (che può diventare un modello per altri paesi dell’UE). Alcune buone prassi segnalate in quest’ambito sono quelle del Progetto Lavoro stagionale. Dignità e Legalità, promosso da ANCI, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, e il Protocollo d'intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento lavorativo in agricoltura e del caporalato - ha concluso il Procuratore Caselli -. A chiudere l’incontro, moderato da Roberto Fasoli, membro della Commissione consultiva di Avviso Pubblico, l’intervento del Comandante provinciale Arma dei Carabinieri di Verona, Pietro Carrozza che ha invece approfondito nel suo intervento alcune operazioni svolte nel territorio veronese in questi anni, specificando l’importanza che hanno avuto, per l’attivazione dei canali, le segnalazioni dei cittadini. Tra i punti affrontati, in particolare, spicca quello relativo al caporalato, che costituisce un problema molto serio anche perché denota un controllo, preoccupante, sul territorio».

«Le operazioni in quest’ambito sono state diverse nel corso degli anni – ha dichiarato il Comandante provinciale Pietro Carrozza - Sempre del medesimo tenore anche i casi di intimidazioni verso gli imprenditori agricoli, con furti dei mezzi e incendi: si tratta di casi preoccupanti anche perché vanno inseriti nella logica della natura di reati spia che essi configurano. Infine, anche sul ciclo dei rifiuti va tenuta in debita considerazione la circostanza che si è affermata recentemente del giro inverso dei rifiuti stessi: non più solo dal Nord verso il Sud bensì, anche, dal Sud al Nord».