Lavoro | 15 novembre 2021

Veneto Lavoro, da inizio anno 52.600 posizioni lavorative in più

I dati di ottobre confermano la tendenza positiva del mercato del lavoro veneto, favorita anche da una congiuntura economica che nonostante i rischi legati ai problemi di approvvigionamento e di prezzo delle materie prime, continua a registrare segnali positivi sia sul fronte del PIL che di produzione e ordini.

Veneto Lavoro, da inizio anno 52.600 posizioni lavorative in più

Il mese di ottobre conferma la tendenza positiva del mercato del lavoro veneto con un volume di assunzioni superiore a quello del 2019 (51.000 rispetto a 47.000) e un saldo che seppure negativo, come normale in questo periodo dell'anno a causa del maggior numero di cessazioni di rapporti di lavoro, soprattutto a tempo determinato, rispetto alle attivazioni, risulta comunque migliore rispetto a quello di due anni fa (-20.000 posizioni lavorative dipendenti contro -23.000).

Notizie incoraggianti anche dal contesto economico nazionale: il PIL è visto in crescita di oltre il 6% e tutti i settori sono ancora in forte espansione, seppure su ritmi più lenti rispetto ai mesi precedenti. Secondo la Banca d'Italia, circa il 70% delle imprese industriali e il 60% di quelle dei servizi si attendono di recuperare o superare i livelli precedenti la pandemia entro la fine dell’anno. Se le previsioni dovessero essere confermate, è lecito attendersi il protrarsi di ricadute positive anche sul fronte occupazionale.  

Finora il 2021 ha fatto registrare in Veneto una crescita di 52.600 posizioni lavorative, più di quelle guadagnate nell'analogo periodo del 2019 (+51.200), e la forbice della domanda di lavoro continua a ridursi (-11%). Il saldo è positivo in tutte le province e inferiore a quello del 2019 solo per Venezia e Verona, che pagano ancora le difficoltà dei primi mesi dell'anno con i flussi turistici pasquali ancora bloccati. Anche a livello settoriale i saldi si rivelano positivi ovunque, con l'unica significativa eccezione del tessile-abbigliamento che perde circa 500 posizioni lavorative. La flessione della domanda di lavoro è tuttavia ancora largamente estesa, con punte del -36% nell’occhialeria, del -24% nei servizi turistici e del -22% nel commercio. In terreno positivo, invece, macchine elettriche (+13%), industria chimica e plastica (+4%), istruzione (+7%) e servizi sanitari (+5%).

Le cessazioni, complessivamente 408.000, si sono ridotte del 12% rispetto al 2019. Riguardo ai motivi di chiusura dei contratti, continuano a prevalere le cessazioni per fine termine (52% del totale) rispetto alle dimissioni (32%), mentre i licenziamenti economici, collettivi e individuali, e quelli disciplinari rappresentano sempre una quota abbastanza marginale.

Da segnalare, a partire dal secondo trimestre dell'anno, il significativo aumento delle dimissioni che, prendendo in considerazione solo quelle da contratti a tempo indeterminato e non avvenute durante il periodo di prova, tocca nell'anno il +11% rispetto al 2019. Si tratta di un fenomeno trasversale, che interessa uomini e donne, italiani e stranieri, giovani e lavoratori senior, e che sebbene sia espressione di una molteplicità di cause, rappresenta sicuramente un segnale di riattivazione della mobilità dei lavoratori, in particolare in alcuni settori e per determinate professioni.

L’incremento delle dimissioni è infatti molto forte nel comparto sanitario e sociale (+44%), nell’industria metalmeccanica e nell’edilizia (+16%), mentre la variazione è negativa nel turismo, nel commercio e nei servizi finanziari, a conferma delle difficoltà che ancora interessano questi settori. A crescere è anche il tasso di ricollocazione dei lavoratori a 30 giorni dalle dimissioni e anche questo può essere letto come un segnale di una rinnovata mobilità sul mercato del lavoro. A fronte di una media di tutti i settori pari nel 2021 al 52%, le percentuali arrivano al 74% per gli infermieri, al 70% per tecnici informatici e statistici e al 66% per gli autisti di mezzi pesanti e camion.

Per quanto riguarda invece i licenziamenti, anche il mese di ottobre conferma la tendenza di fondo che registra volumi inferiori a quelli degli anni pre-pandemia: i lavoratori interessati sono stati 292, il 45% in meno rispetto allo stesso mese del 2019. Complessivamente dopo lo sblocco di giugno hanno perso il lavoro causa licenziamento 1.439 lavoratori, dipendenti di 819 aziende. Anche lo sblocco totale di novembre, che ha di fatto riaperto la possibilità di licenziamento per tutte le imprese, non ha prodotto scossoni, con 583 licenziamenti rispetto agli 862 del 2019, anche per effetto di residui periodi di protezione garantiti dalla cassa integrazione.

Nonostante il periodo decisamente positivo, sul mercato del lavoro veneto, così come su quello nazionale, continuano ad aleggiare alcune possibili criticità, a partire dalla difficoltà di reperimento di manodopera espressa dalle imprese e che può essere imputata, oltre che ad aspetti demografici, a problemi di mismatch occupazionale, peraltro già presenti nel periodo pre-pandemico, e alla mancata partecipazione al mercato del lavoro da parte di potenziali lavoratori ancora frenati dalla circolazione del virus.