Lavoro | 12 novembre 2021

Settimana Veronese. Prof. Fummi: «Grandi opportunità dal digitale, ma dobbiamo conoscerlo»

Al tavolo dei relatori della prima puntata della 17^ Settimana Veronese della Finanza anche il professore ordinario di Ingegneria Informatica dell'Università di Verona Franco Fummi che ci ha parlato di tecnologia e condizioni che dovrebbero favorire la transizione digitale.

Settimana Veronese. Prof. Fummi: «Grandi opportunità dal digitale, ma dobbiamo conoscerlo»

Professor Fummi, molti dei fondi del Pnrr sono destinati proprio a una transizione digitale. Noi italiani abbiamo pagato per tanti anni un gap enorme da questo punto di vista. Potrebbe essere arrivato il momento giusto per avvicinarci agli standard europei?

Certo è indubbio che la digitalizzazione, o le tecnologie Ict, siano trasversali a tutto ciò che il Pnrr vuole fare. Se guardiamo quali sono le aree principali, vediamo che per forza tutte queste tecnologie sono degli abilitatori di innovazione a qualsiasi livello. Però possiamo concentrarci innanzitutto sull'aspetto umano, che è fondamentale. Riuscirà il Pnrr a risolvere in parte questa problematica, del fatto che non forniamo sufficienti tecnici, sufficienti ingegneri?

Questo è un problema grandissimo, abbiamo citato prima la Tremonti Bis e i tagli lineari di allora. Noi siamo arrivati a finanziare l'università italiana con 7 miliardi all'anno, per fare un paragone l'Italia spende più di 90 miliardi di fiscalità diretta per ripianare i disavanzi dell'INPS e per le pensioni. Quindi abbiamo 90 miliardi dedicati al passato, se così posso permettermi di dire, e 7 miliardi legati al futuro. Ora il Ministero dell’Istruzione ha fatto tante promesse, c'è proprio anche un capitolo specifico nel Pnrr di riqualificazione e di finanziamento ulteriore del sistema universitario. Speriamo che questo possa avvenire così da riuscire a formare un maggior numero di persone. Se non formiamo persone, se non passiamo attraverso la cultura, non potremmo ottenere niente, le tecnologie stesse sono semplicemente tecnologie che rimangono inusate.

In che senso?

Si può fare un esempio: tutti i finanziamenti per Industria 4.0 hanno prodotto l'acquisizione di nuove macchine che dovranno essere connesse in un ciclo positivo, in un ciclo che permetta di razionalizzare la produzione. Spesso sono connesse solo per riuscire a soddisfare l'aspetto burocratico di finanziamento, ma non sono realmente connesse. Noi ce ne accorgiamo per esempio con l’Università di Verona, abbiamo creato un laboratorio specifico che si chiama Industrial Computer Engineering, ICE, e questo laboratorio in effetti mostra le aziende quotidianamente cosa si potrebbe fare. È questo, tornando al discorso iniziale, uno dei compiti principali dell'Università, ovvero formare le persone ma anche fare trasferimento tecnologico.

L’Ateneo scaligero è in prima linea per fare questo.

A Verona abbiamo quelli che chiamiamo Demostration Lab, cioè laboratori che non sono né laboratori di ricerca, né laboratori didattici, ma sono dei laboratori con tecnologie che le aziende vedono molto vicine a ciò che fanno quotidianamente, con l'aggiunta di ciò che noi facciamo come ricerca applicata. Quando portiamo l'azienda in un Demostration Lab, l’imprenditore si sente a casa perché dice “queste sono cose che conosco, quindi sono cose su cui eventualmente posso investire per fare la differenza”. Attualmente abbiamo un Demostration Lab su Industria 4.0, ne avremo uno a fine mese che abbiamo chiamato la Fabbrica del Vino. Ne vorremmo fare altri sulla logistica, perché ovviamente anche questo è un altro filone, e magari attingendo, in parte, ai fondi del Piano Pnrr, ma anche semplicemente riuscendo a coordinarci con gli enti territoriali e con gli enti delle aziende.

Si parla di transizione ecologica, che spesso viene associata, in una sorta di binomio, alla transizione digitale. Un binomio che a volte suona bene, altre no.

Ha perfettamente ragione, perché è spontaneo pensare che se io traduco qualcosa di reale in qualche cosa di virtuale, il costo ecologico sia inferiore. Se non vado a fare una riunione in presenza, ma la faccio in videoconferenza, mi sembra di sprecare meno energia. Però il problema che da una parte è ben chiaro quanto consumiamo nella concretezza della nostra vita, spostandoci ad esempio in macchina, ma dal punto di vista del digitale non sappiamo mai quali sono i consumi dei servizi che ci vengono offerti e le grandi multinazionali chiaramente non lo dicono e non lo diranno mai quanto effettivamente consumano.

Siamo sempre più abituati a usare tecnologie senza capire il loro impatto. Quanta CO2 genera una e-mail o un messaggio? Quanti messaggi generano in una giornata molto spesso inutili? Quanto streaming facciamo? Pensate che lo streaming rappresenta circa tre quarti del consumo energetico di tutte le infrastrutture e dei siti del mondo. Eppure lo streaming ci sembra una cosa che non abbia nessun impatto. Non è così, ha già superato abbondantemente il settore dei voli aerei, ma non dei voli aerei attuali, dei voli aerei prima della pandemia. Per concludere, noi utenti siamo quasi totalmente analfabeti su questo punto e dovremmo conoscere meglio e di più anche queste dinamiche.

Matteo Scolari