Lavoro | 29 settembre 2021

Smart working, Cittadin: «Non deve gravare solo sulle donne»

Valeria Cittadin, responsabile del coordinamento donne di CISL Veneto, è intervenuta nel corso dell’ultima puntata di Verona Economia per discutere i risultati dell’indagine condotta dal sindacato sullo smart working e sulle conseguenze di questo per il lavoro femminile.

Smart working, Cittadin: «Non deve gravare solo sulle donne»

Avviato da migliaia imprese anche in Veneto, in particolare in alcuni settori, lo smart working è stato in linea generale apprezzato da lavoratori e lavoratrici, anche se si lamentano alcune lacune e in parecchi casi si dice essere mancata la dotazione (di tecnologie e strumenti informatici, ma non solo). È piaciuto perché ha garantito più autonomia nella gestione del lavoro, in termini sia di spazi che di tempi. In particolare per le donne, sulle quali però – soprattutto nella fase iniziale – ha anche pesato di più il carico della gestione della casa e della cura familiare.

È quanto risulta, in grande sintesi, da un recente studio della Fondazione Corazzin, il centro studi di Cisl Veneto, per esplorare le tendenze del fenomeno in Veneto, dai mesi del primo lockdown nel 2020. Ne abbiamo parlato nell’ultima puntata di Verona Economia con Valeria Cittadin, responsabile del coordinamento donne di CISL Veneto.

Dal 15 ottobre, come comunicato dal Ministro Brunetta, i lavoratori e le lavoratrici della PA dovranno tornare in presenza. Col Green Pass non ci dovrebbero essere problemi. Secondo lei è giusto e, soprattutto, è ora ritornare in ufficio?

Credo che viste le disposizioni date in merito al Green Pass ci sia la necessità effettiva di tornare alla normalità. Questo non significa seppellire un’esperienza importante come quella dello smart working, dettata dalla necessità della pandemia ma che sicuramente è stata una palestra da non sottovalutare, per una modalità di organizzazione del lavoro che deve continuare a essere percorsa. Ciò che è stato fatto è stato telelavoro, più che smart working: noi pensiamo che quest’ultimo sia una modalità di lavoro che va normata e percorsa in maniera più strutturata.

Parlando di Smart Working, lo scorso 23 settembre un webinar promosso da Cisl Veneto ha presentato l’indagine dal titolo “Lavoro Agile in Veneto”. Quali le considerazioni più significative che sono emerse e che possiamo commentare? Sia dal punto di vista dei lavoratori che dal punto di vista dei datori di lavoro.

Questa ricerca è stata promossa da CISL Veneto insieme al coordinamento donne e alla Fondazione Corazzin. Il lato interessante della ricerca è che riteniamo sia una delle poche a partire da questionari fatti direttamente ai lavoratori. È una ricerca che la CISL ha promosso a ridosso delle esperienze che sono state imposte come smart working ai lavoratori in pandemia e aveva l’obiettivo di analizzare le potenzialità e i rischi di questa modalità di lavoro. Nella scorsa ricerca, effettuata prima della pandemia, era emerso che le famiglie del Veneto ravvisavano lo smart working come una di quelle modalità che avrebbe potuto conciliare vita e lavoro. Abbiamo deciso di riproporre la ricerca quest’anno, ed è emerso che la maggior parte dei lavoratori è ancora propenso a prediligere questa forma di lavoro. Chiaramente, il telelavoro durante la pandemia ha fatto emergere la necessità di spazi, modalità e strumenti tecnologici adeguati; nonché tempi da rispettare. Trovandosi impreparate, le famiglie si sono ritrovate a lavorare e studiare nella stessa stanza; questo ha evidenziato l’importanza di regolamentare questa modalità.

Lo Smart Working potrà rimanere uno strumento complementare al lavoro in presenza? Utile magari alla conciliazione, pensando soprattutto al lavoro femminile?

Assolutamente sì, deve essere complementare a un lavoro in presenza. Abbiamo visto dalla nostra ricerca che non può diventare totalmente da remoto perché non deve allontanare i lavoratori dal contesto professionale, ma è uno strumento che se regolamentato da una contrattazione e gestito a livello nazionale e di singola azienda, può dare risultati importanti. Non deve inoltre diventare una modalità di organizzazione del lavoro tipica delle donne: deve mettere insieme le esigenze di tutta la famiglia, uomini e donne alla pari.

Come e in quale direzione è necessario lavorare per ridurre le diseguaglianze di genere?

Sicuramente c’è bisogno di intervenire a livello culturale; partendo dagli aspetti educativi scuola e famiglia hanno un ruolo importantissimo. Le politiche familiari poi devono intervenire, perché per ora pesa tutto sulle donne.

Matteo Scolari