Risparmio - 27 luglio 2021, 11:05

CGIA: «La malaburocrazia e i mancati pagamenti costano 109 miliardi alle PMI»

Se al 31 dicembre scorso avessimo sommato i costi che pesano annualmente sulle imprese a causa della complessità burocratica e l’ammontare dei mancati pagamenti di parte corrente che la Pubblica Amministrazione ha nei confronti dei propri fornitori, avremmo scoperto che sulle spalle degli imprenditori italiani grava un fardello da oltre 109 miliardi di euro. A segnalarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

CGIA: «La malaburocrazia e i mancati pagamenti costano 109 miliardi alle PMI»

Vogliamo un’economia, creatrice di occupazione, di ricchezza e di benessere? Dobbiamo garantire alla stessa libertà d’azione, facilitandola in ogni sua necessità, liberandola, quindi, da ogni possibile, inutile ostacolo.

Stiamo parlando di due assunti, i cui contenuti sembrano quasi essere stati creati, appositamente, per frenare l’economia, la quale, nel doveroso rispetto delle regole, ha, invece, bisogno di libertà.


«Se, al 31 dicembre scorso, avessimo sommato i costi, che pesano annualmente, sulle imprese venete, a causa della complessità burocratica, generata da una macchina statale, spesso inefficiente (pari a 5,3 miliardi di euro) e l’ammontare dei mancati pagamenti di parte corrente, che la Pubblica Amministrazione (PA) ha nei confronti dei propri fornitori (attorno ai 4,7 miliardi di euro), avremmo scoperto che, sulle spalle degli imprenditori della nostra regione, grava un fardello da 10 mld di euro», segnala l’Ufficio studi di CGIA.

 

Se ancora ce ne fosse bisogno, queste cifre sono la dimostrazione plastica, che le nostre aziende, soprattutto quelle di piccola dimensione, a causa di una burocrazia cieca e ottusa, subiscono dei danni economici ingiustificabili; per molti, infatti, adempiere a procedure e scadenze è diventata un’impresa impossibile. Senza contare che la PA, nonostante la sentenza di condanna, inflittaci dalla Corte di Giustizia Europea, nel gennaio del 2020,  continua a onorare con difficoltà i debiti commerciali.

 

Si pensi che, l’anno scorso, i mancati pagamenti nei confronti delle imprese italiane, che hanno lavorato per lo Stato, ammontavano a dieci miliardi di euro. Qualsiasi osservatore farebbe fatica a immaginare che, in un Paese, la PA possa rappresentare un ostacolo, anziché un elemento di sostegno e di crescita economica, in particolare modo, nelle aree più virtuose.

 

La situazione in Italia

 

Ma in Italia, purtroppo, le cose stanno diversamente. Intendiamoci, anche noi possiamo contare su punte di eccellenza della macchina pubblica, da far invidia al resto d’Europa, ma, mediamente, la nostra PA funziona poco, male ed è un freno allo sviluppo. Si pensi che, in virtù del Regional Competitiveness Index (RCI), in UE le regioni italiane si posizionano tutte, nella parte medio-bassa della graduatoria. Pur essendo tra le più virtuose, il Veneto, ad esempio, si trova al 128° posto.


La conferma di questo esito così negativo emerge anche dalla lettura dell’ultima indagine, effettuata nel 2019 dal Parlamento Europeo. Ebbene, la complessità delle procedure amministrative, in capo alle aziende, costituisce un problema, per quasi 9 imprenditori italiani su 10. Nessun altro paese dell’Area dell’Euro ha registrato uno score peggiore del nostro.

 

Rispetto alla media dei 19 Paesi monitorati, l’Italia sconta un differenziale di ben 18 punti percentuali in più. Il coacervo di norme, di regolamenti e di disposizioni varie, presenti in tutti i settori, continuano a ingessare il Paese, rendendo la vita impossibile, soprattutto a coloro, che vogliono fare impresa.

 

«E mai, come in questo momento, oltre a riformare la nostra Amministrazione statale, sarebbe necessario semplificare il quadro normativo, riducendo il numero delle leggi, attraverso l’abrogazione di quelle più datate, ricorrendo ai testi unici, evitando così la sovrapposizione legislativa, che su molte materie ha generato incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza dei tempi ed adempimenti sempre più onerosi», prosegue la CGIA.

 

«Siamo certi che tutto questo darebbe un forte impulso alla produttività del personale pubblico, spesso costretto a sottostare a procedure organizzative rigide e insensate, che disincentivano la voglia di fare. È altresì necessario accelerare il processo di digitalizzazione di tutti i soggetti pubblici, imponendo il dialogo tra le loro banche dati, per evitare la duplicazione delle richieste, che periodicamente travolgono cittadini e imprenditori, ogni qual volta si interfacciano con un ufficio pubblico».


Anche in questo ultimo anno e mezzo di pandemia, l’iperproduttività legislativa della macchina burocratica statale ha gettato nella confusione più completa famiglie e imprese. «La nostra PA si è comportata in maniera bifronte: è stata irremovibile. quando ha imposto le misure di limitazione alla mobilità e le chiusure delle attività economiche; per contro, si è trovata in affanno e spaventosamente impreparata quando ha dovuto riorganizzare i propri servizi, per fronteggiare la diffusione del virus. Ci riferiamo, ad esempio, all’implosione, registrata dal sistema di tracciabilità dei contagiati (vedi il clamoroso flop dell’app Immuni), l’inoperatività dei cosiddetti Covid-Hotel, il mancato decollo della telemedicina, il fallito tentativo di riportare tutti i ragazzi a  scuola e l’incapacità di mettere a punto un serio piano di rilancio del trasporto pubblico locale. Tornando sui mancati pagamenti dell’Amministrazione pubblica, la soluzione potrebbe essere a portata di mano».

 

La CGIA infatti propone: «Se, certo, liquido ed esigibile, bisognerebbe stabilire per legge che una impresa privata che ha un credito commerciale scaduto, con una PA, possa compensarlo, in misura secca, diretta e universale, con i debiti fiscali e contributivi, nei confronti del fisco e dell’Inps/Inail. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema, che ci trasciniamo da almeno 15 anni. Ovviamente, questo meccanismo metterebbe in “conflitto” le amministrazioni pubbliche tra loro, facendo finalmente emergere le realtà, che intenzionalmente continuano a non saldare i fornitori entro i termini di legge. Una soluzione che la politica si guarda bene dall’introdurre: meglio che ad aspettare i soldi e a patire le pene dell’inferno siano le imprese private, che qualche Sindaco, agenzia fiscale o istituto assicurativo/previdenziale». 

 

Un complesso di validissime considerazioni, che non possono e non devono restare parole, ma, essere ascoltate, riflettute e trasformate, al più presto, in realtà, per porre la nostra economia all’altezza dei tempi e farla primeggiare, accanto alle più evolute d’Europa e del mondo, dato che volontà e capacità non mancano.

 

La cosa è senz’altro possibile, per fronteggiare un tempo, quello attuale, peraltro, difficilissimo, che non permette lentezze e non ammette ritardi, ma pretende rapidità di decisione e di realizzazione. Tutto, non dimenticando che solo una libera economia, crea lavoro, ricchezza e benessere.

Pierantonio Braggio

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