Risparmio | 13 luglio 2021

Patuelli, ABI: «Investire anche in obbligazioni convertibili»

Rivedere la fiscalità, su obbligazioni private e azioni. E' l'invito di Antonio Patuelli, presidente dell'Associazione Bancaria Italiana. Troppo elevata l’aliquota del 26% e esagerato lo 0,20%, sul valore, provvisorio, dei titoli in deposito a custodia

Patuelli, ABI: «Investire anche in obbligazioni convertibili»

Il presidente dell’Abi, Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli ha, recentemente  e giustamente, invitato a «incentivare i risparmiatori italiani ad investire, non solo in Titoli di Stato, ma, anche in obbligazioni convertibili e in azioni, distinguendo, fiscalmente, gli investimenti a medio e lungo termine dei "cassettisti", che non debbono essere equiparati agli speculatori».

Ottima proposta, che, se realizzata, ha aggiunto Patuelli, «rafforzerebbe i risparmiatori, le imprese italiane, frequentemente gracili, e lo Stato». Rafforzerebbe i risparmiatori, con maggiore remunerazione del capitale investito, permetterebbe alle imprese di autofinanziarsi, lanciando sul mercato propri titoli a reddito fisso e/o azioni. Il fatto è che tali operazioni non sono facili da realizzare, perché oltre al concetto “rischio”, grande ostacolo è rappresentato dalla fiscalità, che grava – talvolta, anche ad insaputa dell’investitore – sui titoli stessi, in generale. Fiscalità pesante, soffocante, che è costituita sia dal tipo d’imposte, sia dalle relative aliquote, a cominciare, come più volte abbiamo segnalato, dal 26%, previsto sul reddito, derivante da depositi, in conto corrente, 26%, anacronistico, sia, già all’inizio della sua applicazione, perché troppo elevato, sia perché, oggi, esso allo Stato non rende nulla, visto che detti depositi sono a tasso zero.

Un 26%, comunque, più che esagerato, per quanto grande fosse il frutto che poteva dare un tale deposito, peraltro, risultato, di solito, di modeste somme, accantonate e, volutamente, sempre disponibili, destinate a creare certezza, nel caso d’improvvise necessità, del depositante e, quindi, delle famiglie. Comunque, un 26%, che non aiuta, certo, a creare risparmio – ricchezza delle nazioni – ma, semmai a spendere, con meno attenzione, il poco, di cui si dispone.

E non parliamo del 26%, che grava sul reddito da obbligazioni private – che, invero, non vengono più emesse, di sovente, come avveniva,  sino a fine  anni Sessanta del 1900 – e del 26%, che colpisce rari surplus, derivanti da vendite in borsa – il piccolo azionista o obbligazionista, ben difficilmente, in materia, gode di grande fortuna finanziaria – senza, quindi, dimenticare il salasso dello 0,20%,  che grava sul valore di borsa dei titoli, azioni ed obbligazioni, che il risparmiatore possiede, nel deposito a custodia.

Altro problema è dato dal fatto che, se è vero che lo Stato riconosce possibili perdite, derivanti da sfortunate vendite in borsa, è altrettanto vero che tali crediti d’imposta, o vengono utilizzati al più presto, entro un determinato lasso di tempo, o vanno definitivamente perduti.

Di fronte a tale complesso di norme, tutte a carico del risparmiatore – e, il 31 ottobre d’ogni anno, si “celebra”, ancora, la Giornata del Risparmio, per cui, c’è da sentirsi umiliati – importante il suggerimento del presidente di ABI, Patuelli, su una revisione, almeno, per il cassettista – meglio, se, per tutti – delle citate, pesanti imposte e relative aliquote, onde incentivare il risparmio azionario ed obbligazionario. Tanto più che dette imposizioni, mortificanti, specie, per chi ha sudato e risparmiato una vita, con massimo sacrificio, se accettabili, a livello europeo, non tengono conto che un 26% d’imposta, sul risparmio d’un italiano, è un’enormità, perché se tale aliquota  è sostenibile, ad esempio, in Danimarca, in Olanda o in Germania – Berlino applica il 26,375% – non lo è per il risparmiatore medio italiano, che, in fatto di salario, di stipendio e di pensione, percepisce un importo molto inferiore a quello d’un danese, d’un olandese o d’un tedesco.

Quanto, poi, al sopra citato 0,20%, sul valore dei titoli in deposito a custodia, la cosa non ci appare del tutto priva di difetto, in quanto la stessa colpisce valori occasionali, in un certo momento della vita dei titoli, in tema, ma, non certo corrispondenti al reale valore dei titoli stessi, a scadenza, per lo più, Bot di vecchie emissioni, che presentano una quotazione attuale, enorme, ma anormale, dovuta anche agli essenziali acquisti della BCE, mentre, ovviamente, gli stessi verranno rimborsati, come cennato, alla pari – per cui, più ragionevole sarebbe, anche se sempre sgradita al portatore, una tassazione, applicata sul valore nominale di tali titoli, peraltro, sino agli anni Ottanta del '900, «esenti da ogni imposta, presente e futura».

L'azionario

Lo stesso è per l’azionario, che, se oggi vale, per esempio, 100, d’improvviso, domani – non scopriamo nulla di nuovo – può valere anche 0. Ora, la domanda: come si giustifica – un’imposta, su valori “del momento” di Bot, per i quali, v’è certezza della riduzione a 100 del loro valore attuale, all’atto del rimborso, e sul valore, pure provvisorio, aleatorio, di azioni, possibili creatrici, da un giorno all’altro, di perdite, anche sostanziose?

Due assunti, che richiedono massima attenzione, perché, come detto, tanto titoli del Tesoro, che azioni, ove perdessero di valore, non solo hanno visto pagata un’imposta, su un loro controvalore inesistente – il valore reale si ha solo, a seguito di vendita dei titoli – ma, in caso di caduta della quotazione, vi si aggiungerebbe anche il danno, dovuto al venire meno dei titoli in parola, dopo che il portatore ha sborsato, appunto, denaro fresco, su alti valori fittizi. In sostanza: lo 0,20% si paga sulla quotazione, non sul valore effettivo dei titoli.

Le obbligazioni private

E la cosa, poi, riguarda anche le obbligazioni private, o “corporate”, avendo in portafoglio le quali, ci si vedono tassate le cedole e eventuali plusvalenze, con un bel 26%, il quale costituisce ostacolo all’autofinanziamento delle imprese. Fatti, questi, che dovrebbero essere posti sotto la lente, in favore dell’economia, in generale. Riassumendo: per favorire l’attesissima ripresa, agevoliamo ogni tipo di risparmio, con meno imposizione fiscale, tenuto conto, inoltre, che il denaro, destinato, dalle famiglie,  a risparmio – quasi, un’assicurazione privata – è liquidità accantonata, resasi disponibile, al netto di precedenti imposte versate.

Pierantonio Braggio