Associazioni | 13 luglio 2021

Pia Opera Ciccarelli, quando l’"io” si rivolge a un “tu”

In occasione del Premio Verona Network abbiamo intervistato Don Cristiano Falchetto, presidente della Fondazione Pia Opera Ciccarelli.

Pia Opera Ciccarelli, quando l’"io” si rivolge a un “tu”

Abbiamo intervistato Don Cristiano Falchetto, presidente della Fondazione Pia Opera Ciccarelli, per farci raccontare le attività della fondazione, i progetti in cantiere e l’importanza dell’empatia nel mondo di oggi.

«La Fondazione nasce dal cuore sacerdotale di Monsignor Giuseppe Ciccarelli, che era parroco alla fine dell’Ottocento di San Giovanni Lupatoto. Inizialmente si prende a cuore dei bambini che avevano bisogno di essere accuditi, e poi si orienta verso il mondo degli anziani. Una delle frasi che mi ha colpito di più tra le tante cose che fanno parte dell’eredità di Mons. Ciccarelli è uno dei punti su cui insisteva molto: "Ricordatevi degli anziani, vogliate bene agli anziani". Grazie anche al grande contributo che hanno dato le Sorella della Misericordia alla nostra realtà quando non era ancora Fondazione, l’attività è sempre stata rivolta a favore degli anziani. Oggi esiste come Fondazione onlus in nove case sparse sul territorio della provincia di Verona con circa seicento ospiti e settecentocinquanta dipendenti».

Il momento pandemico non ha abbattuto la Fondazione, che ha reagito con prontezza e sempre orientata all’aiuto verso il prossimo. «Abbiamo cercato di affrontare questo momento storico con creatività, quella che ci avesse consentito di essere attenti ai bisogni della persona e, soprattutto, in un momento in cui siamo stati chiamati a chiudere, a isolarci, ad avere quasi timore dell’altro, abbiamo cercato non appena è stato possibile di premere sull’acceleratore per quanto riguarda la comunicazione e più ancora la relazione con il mondo esterno».

Prosegue: «L’isolamento l’abbiamo sofferto tutti, in primo luogo i nostri ospiti, pertanto quando è stato possibile abbiamo subito messo in atto degli accorgimenti e delle iniziative, a partire dai contatti con i famigliari, con la stampa, a cui mai ci siamo sottratti, in modo tale che quello che stavamo vivendo e abbiamo vissuto fin qui fosse condiviso con le persone che sono legate affettivamente ai nostri ospiti, ma anche con l’opinione pubblica, perché si sapesse direttamente dalla voce di chi operava in prima linea come stavamo vivendo quel periodo».

Tanti i progetti in cantiere, sempre con un focus sulla solidarietà. «Daremo attuazione a una progettualità che era partita prima dell’inizio della pandemia, un’attenzione a livello di stimolazione neuro-cognitiva soprattutto per le persone che hanno qualche difficoltà cognitiva o si trovano nelle prime fasi dell’Alzheimer, grazie a una donazione che la Fondazione ha ricevuto da Giuseppe Vicenzi abbiamo potuto realizzare un ambulatorio che si dedica propriamente a questo tipo di problematica, in collaborazione con il San Raffele di Milano. Ora stiamo lavorando per cercare di portare a casa, anche di coloro che non sono nostri ospiti, questo tipo di prossimità ed elevata qualificazione, per salvare e salvaguardare la loro capacità relazionale. In questi mesi abbiamo visto quanto è stato importante un’iniziativa di Gianluca Rana, il tunnel degli abbracci, che sono stati posizionati in tutte le residenze, che ci ha permesso di avviare dei contatti e dei punti d’incontro. Chi non ha sofferto a causa del Covid non deve soffrire a causa della separazione dagli affetti. La terapia e la stimolazione cognitiva che insieme al San Raffale riusciremo a portare nelle case ci pare che sia una frontiera decisiva per migliorare la qualità della vita di queste persone».

A motivare Don Cristiano Falchetto è l’attenzione alla persona: sia che si tratti dell’ospite, sia che si tratti del familiare, sia del dipendente e dell’infermiere. «Abbiamo fatto e stiamo facendo tutti gli sforzi per non far mancare segni di attenzione a tutti i livelli, proprio perché siamo convinti che oggi più che mai è necessario essere vicini alla persona se si trova in situazioni di disagio e necessità. Qualche volta non è facile, i percorsi dei soggetti sono spesso differenti tra loro, gli interessi sono altri, ma sono convinto, e tutti noi lo siamo, che sia possibile fare ancora di più. Quando tutto vorrebbe separarci, è necessario vivere in relazione con gli altri per dare voce a un “io” che è costitutivamente rivolto a un “tu”».

Samantha De Bortoli