Risparmio | 05 luglio 2021

Tasse: 9 euro su 10 finiscono nelle casse dello Stato

Dai dati raccolti dalla CGIA Mestre, l'istantanea economico-finanziaria del nostro Paese. Siamo il quarto stato al mondo per il peso dei tributi con l'inflazione aumentata del 37% in vent'anni

Tasse: 9 euro su 10 finiscono nelle casse dello Stato

Le tasse degli italiani continuano, per la maggior parte, a confluire nelle casse dello Stato centrale, nonostante la metà della spesa pubblica italiana sia in capo a Regioni ed enti locali. È quanto emerge da una recente ricerca condotta dall’ Ufficio studi della CGIA di Mestre.

Ad esempio, nel 2019, l’85,4% del totale dei tributi viene prelevato dall’erario: praticamente 441,4 miliardi su un totale di 516,6.

Agli enti periferici sono andate le briciole: praticamente poco più di 75 miliardi, pari al 14,6 per cento del totale.

Lo squilibrio tra entrate e centri di spesa dimostra come l’Amministrazione pubblica centrale sia sempre più arroccata su una posizione di difesa del proprio ruolo di intermediazione. Le Amministrazioni locali, che gestiscono una quota di spesa pubblica superiore a quella delle Amministrazioni centrali, continuano a dipendere in buona misura dalle coperture finanziarie che arrivano da “Roma”. Tuttavia, i tempi di erogazione da parte dello Stato centrale rimangono lenti.

Una soluzione potrebbe essere approvare, in tempi brevi, la legge sull’autonomia differenziata chiesta a gran voce da molte Regioni. In sostanza vanno trasferite funzioni e competenze agli enti periferici che, a loro volta, devono poter contare su risorse proprie “recuperate” trattenendo sul territorio buona parte delle tasse versate dai contribuenti.

Naturalmente le aree del paese più in ritardo dovranno essere aiutate economicamente da quelle che non lo sono: la solidarietà tra territori costituirà il collante di questo cambiamento epocale. Tutto ciò con l’obbiettivo di abbassare il carico fiscale generale e conseguentemente migliorare i conti pubblici, esaltando così il principio del “vedo, pago e voto”. 

Una riforma, quella dell’autonomia, che ridisegnerà il fisco in senso federale attraverso 3 passaggi: dal centro alla periferia, dalle persone alle cose e dal complesso al semplice.

Inoltre, dai dati di CGIA emerge che le prime 20 imposte generano quasi il 94% del gettito totale. Solo le prime 3 (Irpef, Iva e Ires) sono pari a 320,6 miliardi di euro. La prossima riforma fiscale dovrebbe alleggerire la spesa delle famiglie e portare una semplificazione generale.

Un altro dato relativo ai tributi versati dagli italiani fa riflettere: negli ultimi 20 anni le tasse sono aumentate di 166 miliardi di euro.

Se nel 2000 l’erario e gli enti locali avevano incassato 350,5 miliardi di euro, nel 2019 il gettito è salito a 516,6 miliardi. In termini percentuali, la crescita in questo ventennio è stata del 47,4%. + 3,5 punti Pil nazionale (+44,%). L’inflazione, in questi 20 anni, è aumentata del 37%, -10 punti rispetto alla crescita percentuale del gettito.

Una macchina pubblica che, nonostante 166miliari in più di entrate, stenta a carburare con un settore dei servizi rimasto immutato. Nessun miglioramento a vantaggio dei cittadini se non in rari casi.

L'Italia è anche il quarto Paese al mondo per peso delle tasse. Gli ultimi dati statistici dell’OECD rivelano che tra i 37 Paesi più industrializzati al mondo, l’Italia è al quarto posto per il peso delle Tasse.


Al primo posto la Danimarca (46,3% del Pil); in seconda battuta la Francia (45,4%). A seguire Belgio e Svezia (entrambe al 42,%). L’Italia è al 4° posto a pari merito con l’Austria (42,4%) per incidenza della pressione fiscale sul Pil.

Se ci confrontiamo con i nostri principali competitor commerciali, solo la Francia sta peggio di noi: i transalpini registrano un carico fiscale complessivo superiore al nostro di 3 punti. La Germania, invece, presenta una pressione fiscale inferiore alla nostra di 3,6. La Spagna di 7,8 e il Regno Unito addirittura di 9,4 punti.

Al di là dell’Atlantico, gli USA contano quasi 18 lunghezze di peso fiscale inferiore a quello italiano; mentre la media dei Paesi OECD è inferiore alla nostra di 8,6 punti. 

Pierantonio Braggio