Lavoro | 28 giugno 2021

CCNL, 4 su 10 sono firmati da sindacati “fantasma”

A rischio diritti, legalità e sicurezza, nei luoghi di lavoro. Da un rapporto della CGIA di Mestre (Associazione di Artigiani e di Piccole Imprese) che aderisce alla Confartigianato, i dati sul mondo delle assunzioni

CCNL, 4 su 10 sono firmati da sindacati “fantasma”

«Su 935 Contratti collettivi nazionali di lavoro - CCNL vigenti e depositati al CNEL - Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro entro il 31 dicembre scorso, 351 sono stati firmati da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali, non riconosciute dallo stesso Consiglio Nazionale: praticamente 4 su 10, precisamente il 37,5% del totale». A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA.

Intendiamoci, nessuno mette in discussione la libertà sindacale, che, in un Paese democratico, va sempre garantita. Tuttavia, non è un mistero che spesso sigle sindacali “fantasma”, che non rappresentano nessuno, o quasi, sottoscrivono dei contratti di lavoro a livello nazionale, che molti definiscono, correttamente, “pirata”. Sia chiaro: non siamo nel “far west”, ma in alcune filiere produttive. poco ci manca. Sono accordi, che, spesso, abbattono i diritti più elementari, indeboliscono la legalità, favoriscono la precarietà, minacciano la sicurezza, nei luoghi di lavoro, comprimendo paurosamente i livelli salariali.

Accordi fortemente al ribasso, che creano concorrenza sleale, delegittimando quelle organizzazioni che, invece, hanno una rappresentanza sindacale, presente su tutto il territorio nazionale, fatta di storia, di cultura del lavoro e del fare impresa, di iscritti, di sedi, in cui operano migliaia e migliaia di dipendenti, che erogano servizi a milioni di imprese e milioni di lavoratori dipendenti. In un momento, in cui il mondo del lavoro sta vivendo delle tensioni sociali profondissime, secondo la CGIA, è giunto il momento di rivedere il sistema della rappresentanza, consentendo alle organizzazioni datoriali e sindacali, che sono riconosciute dal CNEL, la titolarità di sottoscrivere accordi-contratti di lavoro a livello nazionale e locale, mentre a tutte le altre sigle che firmano un nuovo CCNL, lo stesso dovrebbe essere “asseverato” da un’istituzione pubblica terza, che, ad esempio, potrebbe essere proprio il CNEL.

Senza questa “bollinatura”, il contratto non potrebbe essere applicato, fino al momento in cui le parti non apportano i correttivi richiesti. In alternativa, con una legge parlamentare, si potrebbero stabilire i requisiti dimensionali minimi, che le organizzazioni di rappresentanza dei lavoratori e delle imprese devono possedere, per potersi definire tali, potendo così sottoscrivere, su base nazionale, un contratto collettivo di lavoro. Una soluzione, quest’ultima, più facile a dirsi che a farsi, visto che le parti sociali ne parlano da almeno 40 anni, ma risultati concreti ancora non se ne sono visti.

Salvo cambiamenti dell’ultimo minuto, lo sblocco dei licenziamenti, per le grandi imprese, scatta dal prossimo 1° luglio. È molto difficile preventivare cosa succederà. Nella memoria, sul decreto Sostegni bis, presentato alla Commissione Bilancio della Camera. L’8 giugno scorso, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) ha stimato che lo sblocco dei licenziamenti, che prenderà avvio nei prossimi giorni, porterà alla perdita 70mila posti di lavoro. Secondo il presidente UPB, Giuseppe Pisauro, questi saranno concentrati prevalentemente nell’industria e «saranno plausibilmente scaglionati nel tempo, man mano che si concretizzano le opportunità di turnovere di ricomposizione degli organici».

In calo l'occupazione

Nel complesso, comunque, nonostante il blocco dei licenziamenti, la diminuzione dell’occupazione è stata molto importante. Secondo l’Istat, infatti, tra il primo trimestre 2020 e lo stesso periodo di quest’anno, il numero degli occupati è diminuito di 889mila unità (-3,9%): il crollo ha coinvolto i dipendenti (-576mila, -3,2%), soprattutto se a termine e gli indipendenti (-313mila, -6%). Dei 2 milioni e 643mila disoccupati, presenti attualmente nel Paese, un milione e 364mila (pari al 51,6% del totale) è senza lavoro da più di un anno. Come abbiamo segnalato, in precedenza, dei 935 Ccnl, presenti nel Paese, 351 sono stati firmati da associazioni datoriali e sigle sindacali dei lavoratori dipendenti, non iscritte al CNEL.

Un’accozzaglia di organizzazioni improbabili, che nella stragrande maggioranza dei casi non rappresentano quasi nessuno, ma consentono un’alternativa a quelle imprese e a quei lavoratori subordinati, che vogliono fare dumping sociale, aggirando i contratti, siglati dalle organizzazioni più rappresentative e diffuse su tutto il territorio nazionale. Tra tutti i settori la situazione più critica si riscontra nell’edilizia.

A fronte di 74 CCNL depositati al CNEL, 37 (pari al 50% del totale) sono stati sottoscritti da organizzazioni non aderenti alla struttura di viale Lubin. Ricordiamo, tra le altre cose, che l’attività nei cantieri è la più a rischio, per numero di infortuni e decessi, nei luoghi di lavoro. Altrettanto “anomala” è la situazione che si registra nel commercio/artigianato/turismo. Su 257 Ccnl vigenti, 121 (pari al 47,1 per cento del totale) sono stati firmati da sigle “fittizie”. Tra le imprese di pulizia e le multiservizi, dei 50 contratti vigenti. 23 (pari al 46 per cento del totale) sono stati sottoscritti, da sigle pressoché “sconosciute”.

La situazione nell'artigianato

Anche nell’artigianato, che presenta i livelli retributivi, tra i più bassi fra tutti i settori economici, presenti nel Paese, già oggi i principali contratti nazionali di lavoro presentano soglie minime orarie lorde complessive superiori a 9 euro. Livello, quest’ultimo, che è stato chiesto, per legge, da alcune forze politiche di governo. Tuttavia, la CGIA tiene a precisare che è molto riduttivo soffermarsi esclusivamente sulla retribuzione oraria lorda. Quando le parti sociali rinnovano un contratto di lavoro, nello stabilire gli aspetti strettamente retributivi, si tengono in considerazione anche altri istituti, che non hanno un impatto diretto sulla busta paga, ma sono altrettanto importanti, poiché vanno a comporre il cosiddetto salario differito. Ci riferiamo alle festività, ai permessi, alle malattie, alla maternità, alla formazione, etc.

Se, inoltre, teniamo conto anche degli straordinari, del Tfr, della tredicesima/quattordicesima mensilità e, ove esistono, del welfare aziendale e dei contratti integrativi territoriali, già oggi il salario minimo orario dei lavoratori, interessati dai contratti collettivi nazionali, è nettamente superiore ai 9 euro lordi. Altra cosa, invece, è dire: «Eliminiamo lo sfruttamento economico, colpendo chi firma accordi al massimo ribasso», ovvero, gli accordi sottoscritti dalle sigle “fittizie”, sul quale è necessario intervenire richiamate in precedenza. Bene, se l’obiettivo è questo, la soluzione va ricercata emarginando queste realtà, sottoponendo i Ccnl, firmati da questi ultimi, all’attenzione da parte di un soggetto pubblico terzo, come il CNEL.

Molto giustamente e correttamente, CGIA si sofferma, in modo chiaro e dettagliato, come, del resto, è suo costume, su un tema complesso – sigle sindacali “fantasma“ – e non del tutto noto e sul quale, è necessario intervenire rapidamente, con relativi, incisivi controlli, atti a creare certezza e retribuzioni corrette, salario differito compreso, nonché sicurezza, per il lavoratore. Il quale ha ogni diritto di sentirsi rispettato, anche perché, con il suo impegno, contribuisce sostanzialmente allo sviluppo economico e, quindi, al bene della società.

 

Pierantonio Braggio