Economia - 08 giugno 2021, 15:44

Tassazione delle big tech, una probabile vittoria di Pirro

La visione di CGIA, Ufficio Studi, guidato da Paolo Zabeo, Mestre. Un punto di vista importante che va approfondito dai nostri politici

Tassazione delle big tech, una probabile vittoria di Pirro

«Se l’accordo, siglato ieri a Londra, sulla tassazione delle big tech, è stato salutato positivamente, anche da queste ultime, abbiamo il sospetto che, difficilmente, riusciremo a contrastare, con successo, le misure elusive, che queste multinazionali praticano da sempre». A dirlo è Paolo Zabeo dell’Ufficio studi della CGIA.

«Data l’immaterialità dei servizi che erogano - conclude Zabeo - continuerà ad essere difficile stabilire, in quale nazione questi giganti del web realizzeranno i profitti e, conseguentemente, quante tasse dovranno essere versate in quel paese. Pertanto, se l’accordo siglato ieri, non verrà esteso, non solo a tutti i paesi del G20, ma anche a tutti quelli  presenti in UE, che offrono alle multinazionali delle significative fiscalità di vantaggio - come l' Olanda, l'Irlanda e il Lussemburgo - difficilmente l'operazione, nel suo complesso, avrà successo».

Confronto, tra piccole e grandi imprese tech


Le micro e piccole imprese italiane, con meno di 5 milioni di euro di fatturato - costituite prevalentemente da artigiani, piccoli commercianti e partite Iva – nel 2019 hanno versato 21,3 miliardi di euro di imposte erariali in più, rispetto alle web companies presenti in Italia.  Due anni fa, infatti, l’aggregato delle controllate, appartenenti al settore del WebSoft, ha registrato un giro d’affari nel nostro Paese di 7,8 miliardi di euro; il numero di addetti occupati in queste realtà era di oltre 11 mila unità, mentre al fisco italiano hanno versato solo 154 milioni di euro2. Nello stesso anno, invece, il popolo delle partite Iva, con meno di 5 milioni di fatturato, ha generato un fatturato di 814,2 miliardi e il contributo fiscale giunto all’erario da queste 3,3 milioni di piccole realtà è stato di 21,4 miliardi di euro: un importo di circa 140 volte superiore  al gettito versato dalle multinazionali del web.

I piccoli subiscono una pressione fiscale doppia dei giganti tecnologici

Se il livello medio di tassazione di queste big tech è, secondo l’Area studi di Mediobanca, al 32,1 per cento, nelle nostre piccolissime realtà si aggira attorno al 60 per cento: praticamente quasi il doppio. Ora, anche a seguito di quanto affermato più sopra, nessuno chiede un inasprimento del carico fiscale nei confronti delle grandi imprese del web, ci mancherebbe, semmai è necessario abbassare drasticamente il peso delle tasse sulle piccole attività che, ancora oggi, rimane su livelli insopportabili. Perché le controllate, presenti in Italia, delle principali multinazionali del web, possono beneficiare di un tax rate del 32,1%? Per il semplice motivo che circa la metà dell’utile ante imposte è tassato nei Paesi a fiscalità agevolata, che ha dato luogo a un risparmio fiscale cumulato che, nel periodo 2015-2019, è stato di oltre 46 miliardi di euro. Ma, anche le grandi imprese di casa nostra eludono il fisco, tuttavia, non sono solo i giganti stranieri del web a sfruttare la fiscalità di vantaggio, concessa da molti Paesi europei. Da alcuni anni, infatti, anche alcuni grandi player italiani hanno trasferito la sede fiscale o quella legale, magari solo di una consociata, all’estero. Stiamo parlando, ad esempio, di Cementir, Campari, Eni, Enel, Exor, FCA, Ferrari, Ferrero, Illy, Luxottica Group, etc. Molte di queste hanno deciso di spostare la sede legale nei Paesi Bassi, ad esempio, perché lì è possibile beneficiare sia di una legislazione societaria molto favorevole - che permette agli azionisti storici di avere il doppio dei voti in assemblea - modalità che consente di difendersi meglio da eventuali scalate provenienti da investitori stranieri -  sia, eventualmente, di un trattamento tributario alquanto generoso, che il governo olandese riserva a ogni big company, disposta ad aprire la sede fiscale ad Amsterdam. 

Con queste operazioni, formalmente ineccepibili, da un punto di vista fiscale-societario, si è però ridotta la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia, penalizzando, come abbiamo visto, in particolar modo, le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di lasciare armi e bagagli e trasferirsi altrove”.

Stando a quanto sopra, trattasi, qui, d’una riduzione di imposizione fiscale, nel nostro Paese, volta ad un certo settore, del resto importantissimo dell’economia, e le considerazioni dianzi riportate, centrano l’assunto, ma, desideriamo aggiungere che senza una riduzione della pressione fiscale nostrana, su tutto il mondo economico –pressione fiscale, che una delle maggiori d’Europa – e della burocrazia, difficilmente potremo godere di valida ripartenza e crescita. Certo, ridurre la pressione fiscale, in Italia, non è facile, dato l’orrore del debito pubblico, che ci affligge, per cui, l’unica soluzione, da porre in atto, è fare in modo di creare crescita e contenere al massimo la spesa della Pubblica Amministrazione.

 

 

 

Pierantonio Braggio

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