Esprime cultura | 21 maggio 2021

Cangrande I Della Scala, signore di Verona (1291-1329) e la sua morte.

Nuove ricerche e nuovi studi sul DNA del Principe – recentemente, eseguiti a Verona, in occasione di “Dante 2021” – attribuiscono definitivamente il suo decesso alla rara malattia genetica “glicogenosi II” e, non, quindi, ad avvelenamento, da Digitalis purpurea.

Cangrande I Della Scala, signore di Verona (1291-1329) e la sua morte.

                           

 

In soli tre giorni, Cangrande della Scala, Signore di Verona, lasciò la vita, trentottenne, a Treviso, colpito da una malattia genetica rara, quale la glicogenosi tipo II, ad esordio tardivo. Nessun assassinio dunque, come, per secoli, si è ritenuto. Confermano la cosa le analisi – indagine genetica, mai eseguita, sul DNA di una mummia – condotte dal Laboratorio di Genomica Funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, diretto dal prof. Massimo Delledonne.  

Il DNA di Cangrande è stato estratto, in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’Università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico. Hanno permesso tale importante ricerca e, quindi, di conoscere la verità, sulla fine di Cangrande, l’analisi, con altissima precisione, dei geni di un DNA antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, e facendo giungere gli esperti ad una diagnosi clinica certa, in presenza di fonti storiche scarse. I risultati dell’indagine sono stati presentati a Verona, al Museo di Storia Naturale, dal sindaco, Federico Sboarina, e dall’assessore alla Cultura, Francesca Briani, essendo presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi e hanno illustrato la ricerca, per l’Università di Verona, Massimo Delledonne - dipartimento di Biotecnologie, e Alessandro Salviati - Dipartimento di Biotecnologie, per l’Università di Firenze David Caramelli - dipartimento di Biologia. “Una giornata storica, per la città di Verona – ha sottolineato il sindaco –. Attraverso uno studio genetico, mai eseguito prima, su campioni di mummia, risalenti a 700 anni fa, è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche, più importanti della nostra città. La morte di Cangrande, oggi, non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato, per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare, in stretta sinergia, il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le Università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto, dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e Università, per una collaborazione stretta e operativa, volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza, in più settori, e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche e documentate, nell’anno del 700° anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.  “Si mette così la parola fine – ha affermato l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani – ad uno dei misteri, che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda, nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cagrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni, realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi, sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche, sulla sua vita e, in particolare, sulla sua morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti, calendarizzati nel corso di quest’anno, in occasione delle celebrazioni dantesche”. “La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al Museo di Storia Naturale – sottolinea la direttrice dei Musei Civici di Verona, Francesca Rossi – venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolare, quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto, è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi, sui reperti, custoditi dal 2004, e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”. In fatto di analisi effettuate, una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, non ha reso possibile il sequenziamento clinico. È stata, quindi, effettuata una seconda estrazione, da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso, la quantità di DNA estratto presentava DNA contaminante. Una percentuale di DNA umano, più elevata consentiva, però, di portare avanti un percorso di analisi. Attraverso una tecnica di laboratorio, attualmente, utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti, affetti da malattie genetiche, il laboratorio di Genomica Funzionale dell’Università di Verona, ha catturato, in modo specifico, circa 35 milioni di basi del DNA, che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante. Cangrande è stato, quindi, “sequenziato”, come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, valore davvero molto elevato. Si sono, poi, identificate 249 varianti, associate a malattie, da cui è stato possibile riconoscere due mutazioni diverse, nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida: Deriva, dalla disfunzione di questo enzima, la malattia “glicogenosi” e, in questo caso, la “Glicogenosi tipo II”, causa del decesso del signore di Verona. Tale malattia si evidenzia, in una scarsa resistenza alla fatica fisica, in difficoltà respiratoria, in debolezza muscolare, in crampi, in fratture ossee spontanee e in cardiopatia – si narra che Cangrande fosse costretto a soste forzate, nel corso di tragitti a cavallo, anche brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza, per l’uso dell’arco, rispetto alla spada… –: tutto dando origine a morte dei pazienti, adulti, spesso, quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto, dopo solo tre giorni di malattia.  Il tentativo, da parte del medico di Cangrande, di contrastare detta debolezza, forse, con dosi eccessive di Digitale – una sostanza, tratta dalla pianta Digitalis purpurea, impiegata, come cardio tonico – fece pensare ad un avvelenamento, talché il medico venne impiccato. Oggi, sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe. Alcuni momenti storici della salute di Cangrande: una prima crisi, lo colpì il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce e lo costrinse a lasciare il cavallo e a riposarsi su un carro. Il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia – se, poi, veramente, lo fu – Cane fu trasferito all’accampamento, dove si riprese, tornando, poi, in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo, non sono state riscontrate cicatrici, sulla coscia, cosa, che fa supporre si trattasse, invece, di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia, sopra descritta. Il 4 luglio 1325, il Signore fu colpito da un malore, all’età di 34 anni, durante una cavalcata da Verona a Vicenza: fu riportato a Verona, dove egli peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte, per dieci giorni e, poi, malato, per mesi. Quarta crisi: il 18 luglio 1329, Cane s’ammalò e, dopo tre giorni, il 22 luglio 1329, morì. Quanto ai reperti, risalenti al 2004, trattasi d’oggetto d’indagine, iniziata 12 febbraio del 2004, quando, per decisione del Comune e i civici Musei d’Arte, fu decisa l'apertura dell'arca di Cangrande della Scala, che permise d’identificare il corpo mummificato dello Scaligero, trovato, nelle medesime condizioni, in cui era già stato rinvenuto, alla precedente apertura dell’arca, avvenuta, nel 1921 – nel VI centenario della morte di Dante. Il corpo del Principe – ricordiamo: anno 2004 – fu sottoposto, già allora, ad una serie di indagini scientifiche e autoptiche, prima di essere nuovamente riposto nell’arca, che l’aveva custodito, per 675 anni. I reperti esaminati, nel 2004, furono depositati, come dianzi cennato, presso il Museo di Storia Naturale, Verona, disponibili per futuri, ulteriori studi.

Pierantonio Braggio