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ATTUALITA' REGIONALE | 12 aprile 2021, 21:41

“A causa del Covid, quasi un’impresa veneta, su due, è a rischio”.

Ricerca e comunicato di CGIA, Mestre, dell’11 aprile 2021.

“A causa del Covid, quasi un’impresa veneta, su due, è a rischio”.

Sebbene entrambi le percentuali siano leggermente al di sotto della media nazionale, a causa della crisi economica, legata al Covid, sono ad alto e medio-alto rischio operativo quasi il 50 per cento delle imprese venete; realtà, che danno lavoro a poco più del 30 per cento degli addetti, presenti nella nostra Regione. La denuncia è sollevata dall’Ufficio studi della CGIA, dopo aver letto i dati, presentati nelle settimane scorse, dall’Istat – “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi”, edizione 2021, pp. 110, 111, 115. A livello territoriale, il rischio tenuta investe, in particolare modo, tutto il litorale adriatico, che va, da Bibione, fino a Rosolina Mare, più l’Altopiano di Asiago e i Comuni del Garda. Tutte realtà, che vivono, quasi esclusivamente, di turismo. L’Ufficio studi della CGIA precisa che questo 50 per cento circa di aziende venete, in seria difficoltà, ha manifestato forti perdite di fatturato, ha denunciato di non avere una strategia di risposta alla crisi e prevede seri rischi operativi. Per aiutare seriamente chi si trova in difficoltà, il Governo deve abbandonare la politica dei micro aiuti, attuata fino adesso, sostituendola, con misure straordinarie, in grado di mitigare gli effetti negativi, che la crisi pandemica sta producendo. Vista l’urgenza, secondo l’Ufficio studi della CGIA, è necessario, ad esempio, “applicare”, per l’anno in corso, il lockdown alle tasse erariali ed erogare rimborsi più pesanti, rispetto a quelli distribuiti fino ad ora. Gli artigiani mestrini stimano in altri 80 miliardi di euro le risorse, che il Governo dovrebbe mettere in campo, a livello nazionale, entro la fine di luglio, per salvare le attività economiche, colpite dalla crisi pandemica. Salvo l’avvento di nuove varianti, grazie alle condizioni climatiche e alla campagna vaccinale, molto probabilmente, in piena estate, dovremmo essere, quasi definitivamente, tornati alla “normalità”, ovvero alla situazione pre Covid. Per evitare che i sostegni, che verranno erogati, nei prossimi mesi alle imprese, siano utilizzati da quest’ultime, per pagare imposte e contributi, è necessario “imporre” il lockdown alle tasse erariali, consentendo alle partite Iva e alle piccole imprese di risparmiare, quest’anno, attorno 28 miliardi di euro. Un importo di dimensioni importanti che, ovviamente, potrebbe essere ridimensionato, consentendo l’azzeramento del peso fiscale, solo alle attività, con ricavi al di sotto di una certa soglia o sulla base della perdita di fatturato. Questo mancato gettito di 28 miliardi è stato stimato, ipotizzando di consentire a tutte le attività economiche, con un fatturato 2019 al di sotto del milione di euro, di non versare per l’anno in corso l’Irpef, l’Ires e l’Imu, sui capannoni. Queste aziende, che ammontano a circa 4,9 milioni di unità (pari all’89 per cento circa del totale nazionale), dovrebbero comunque versare le tasse locali, in modo tale, da non arrecare problemi di liquidità ai Sindaci e ai Presidenti di regione. Alleggeriti dal peso di un fisco spesso ingiusto, per un anno, vivrebbero, con meno ansia, meno stress e più serenità. Non solo, ma, con 28 miliardi risparmiati, metteremo le basi per far ripartire l’economia del Paese. Il Premier Draghi l’ha dichiarato nelle settimane scorse: "Questo è un anno, in cui non si chiedono soldi, ma si danno". Un’affermazione condivisibile, che l’Ufficio Studi della CGIA invita ad attuare, in tempi ragionevolmente brevi. Oltre all’azzeramento delle tasse, auspica che l’Esecutivo metta sul tavolo almeno altri 50 miliardi di euro, entro luglio, che consentano di rimborsare, in misura maggiore, le perdite subite dalle aziende e permettano di compensare anche una buona parte dei costi fissi sostenuti. Modalità, quest’ultima, che Francia e Germania hanno applicato, da alcuni mesi, avendo recepito le nuove disposizioni, introdotte dall’UE, in materia di aiuti di stato alle imprese. Costi, quelli fissi (come gli affitti, le assicurazioni, le utenze, etc.) che, nonostante l’obbligo di chiusura e il conseguente azzeramento dei ricavi, le attività economiche continuano purtroppo a sostenere. In effetti, dare denaro – purtroppo, sempre poco, rispetto alle esigenze – alle aziende in crisi, le quali fossero costrette, per la normativa in vigore, ad utilizzarlo, nel pagamento di imposte in scadenza, costituirebbe un’inutile partita di giro, mentre non verrebbe impiegato a fronteggiare, sottolinea, sopra, la CGIA, le letali spese fisse, che, ovviamente, non guardano in faccia nessuno, continuando la loro corsa. Conviene, giustamente, favorire le imprese in parola, e, quindi l’economia, azzerando le imposte in scadenza, liberando le aziende in sofferenza, da tale laccio al collo, in modo, come detto, che le stesse possano destinare la corrispondente liquidità alle necessità più immediate, quali i costi fissi, i cui importi, peraltro, una volta incassati da chi di competenza, rientrerebbero, in un nuovo ciclo economico… Sappiamo, purtroppo, che una tale operazione va a gravare, sul già enorme debito pubblico, ma, ogni tentativo di ridare e dare vita all’economia e al mondo del lavoro, è attualmente motivo giustificante ed urgente, e, al tempo, come tale, base per creare, per quanto possibile, radice essenziale, per originare la sperata crescita.                                                                                                                       Pierantonio Braggio

 

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