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ESPRIME CULTURA | 20 settembre 2020, 10:55

Un patrimonio naturale ferito. La quercia sotto il Monte Calvarina spezzata dalla bufera

“Da oltre due secoli è là, in vista del Monte Calvarina, a cinquecento metri di quota, nella mirabile radura dei Mozzarei dove serena riposa la luce del sole. Si erge solitaria al limitare del prato, non lontano dal colle Degan, lungo la strada che congiunge Santa Margherita a Brenton, sul confine tra la provincia vicentina e quella veronese, due terre distinte ma legate da atavica fratellanza e stessa cultura”.

per gentile concessione Portinari 2020

per gentile concessione Portinari 2020

 Così Fernando  Zampiva, nei  Racconti della Lessinia orientale (ed. La grafica 2003), cantava la storica quercia nel comune di Arzignano, al confine con la provincia di Verona, la ‘Grande Quercia’ per gli abitanti del posto. La celebrava con cuore di appassionato ammiratore, sedotto dalla possanza di una pianta che “del tutto ignara dell’inquieto errare, si tiene abbarbicata alla terra con forza e volontà sovrumane, vincendo sempre la tempesta ventosa”.

Ma qualcosa è cambiato in questa tarda estate dal clima imprevedibile. L’eccezionale ondata di maltempo che lo scorso 29 agosto ha sconvolto alcune province venete, non l’ha risparmiata. Stavolta la tempesta ventosa ha sopraffatto il gigante verde. La devastazione portata dalla violentissima perturbazione l’ha colpita squarciandone il tronco, lacerando i rami, cambiando nello spazio di poche ore l’immagine di un luogo e di un oggetto che nei secoli erano diventati dei simboli per un’intera comunità.

 Nell’Ottocento, grazie alle sue forme e soprattutto al volume che lo rendeva facilmente visibile e localizzabile, quest’albero solenne diventò punto di riferimento per i disegnatori di mappe locali e nel secolo successivo fu punto di ritrovo collettivo dei Balilla e delle Piccole italiane impegnate nei riti fascisti. Pur nell’imponenza, seppe mantenere tuttavia anche una certa riservatezza ombrosa e protettiva per celare alla vista dei passanti sia i più o meno legittimi incontri amorosi, sia il religioso appuntamento settimanale, destinato alla reciproca confessione e portato avanti per decenni, fra il prete di Santa Margherita e il parroco di Brenton.

Compagna discreta e spettatrice silente di tante piccole vicende di vita quotidiana, nei secoli è stata anche l’immobile osservatrice di eventi e processi storici più ampi e complessi, non di rado a sfondo militare, data la vicinanza al Monte Calvarina. Ad esempio a inizio dicembre 1796 vide passare quella parte delle truppe di Napoleone che, secondo la tradizione, dopo la vittoriosa battaglia combattuta nelle paludi di Arcole fra Adige e Alpone, salivano verso il monte per verificare da uno strategico punto elevato di osservazione l’avanzamento di possibili nemici in pianura. Nella seconda metà del Novecento poi, nei decenni più opachi della Guerra Fredda, tenne d‘occhio la base missilistica di un reparto dell’Aeronautica militare che sempre sul Monte Calvarina aveva la sua sede operativa (nome in codice ‘Base Sparviero’) con incarichi di controllo dello spazio aereo circostante.

 

Testimone di tante vicende umane, per noi è anche e soprattutto testimone della forza della terra. Come tutte le querce, questo albero longevo è un emblema di resistenza e di saggezza, di forza e durata (nell’antichità, proprio in virtù delle sue grandi dimensioni e della sua lunga vita, la quercia è stata spesso avvicinata alle divinità maggiori, era pianta consacrata a Zeus dagli antichi Greci e dedicata a Giove dai Romani).

Il maltempo di fine agosto non ha provocato solo danni a edifici e coltivazioni. Certo questi sono stati enormi e nell’immediato sono risultati i più evidenti e i più bisognosi di intervento urgente. Sarebbe però riduttivo fermarsi al solo danno economico-materiale, per quanto ingente: le ferite al patrimonio naturale - con tutti i valori anche immateriali che esso racchiude - rappresentano una perdita non meno importante di quella inflitta al patrimonio fisico antropico e non meno bisognosa di cure.

Proprio la quercia del Monte Calvarina oggi ci ricorda il valore dei luoghi di memoria e il pericolo di perderli sia nella loro bellezza estetico-naturalistica sia nei loro significati più profondi. Insieme ci richiama anche il fondamentale ruolo della presenza delle piante, fonti di vita in tutto il pianeta: come ha scritto Stefano Mancuso in un recentissimo libro (La pianta del mondo, ed. Laterza 2020) se ci impegniamo a guardare lo spazio che ci circonda nella sua interezza, senza vederlo necessariamente come il campo da gioco dell’uomo, riconosceremo l’essenzialità delle piante che sono ovunque e che ovunque intrecciano le loro storie con le nostre, ieri e oggi. Quando le perdiamo, perdiamo un po’ di noi stessi come singoli e come collettività.

Due fotografie della quercia vicina al Monte Calvarina ci soccorrono in questa riflessione con la forza e l’immediatezza che solo certe immagini posseggono, quando l’abilità del fotografo fa esercitare appieno la nostra capacità di guardare.

 

La prima , a sinistra, aveva colto qualche anno fa il grande albero in tutta la sua possanza e sobrietà, subito dopo una forte nevicata pomeridiana. Claudio Portinari, da innamorato cantore del paesaggio di questo territorio, l’aveva ritratta (nel volume Le stagioni del Durello, ed. Strada del vino Lessini Durello 2006) con le robuste radici nascoste nella profondità della terra, col tronco forte che si ergeva sicuro, con i rami folti e sinuosi che nei loro intrecci gelati formavano un ricamo di merletti. Immortalandola in una figura maestosa ed elegante insieme, ne aveva mostrato la capacità di dare significato al paesaggio in termini estetici, ai quali associare quelli identitari perché questo monumento naturale racconta pagine di storia e di memoria, ed è diventato un luogo che il ricordo degli uomini e il lavorìo dei secoli hanno reso simbolico.

 

La seconda fotografia, a destra, ne rivela ora l’inaspettata fragilità. Qui Portinari ferma il tempo, fissa un momento doloroso, rende immortale la ferita e – come diceva Pierre Nora a proposito dei luoghi di memoria – blocca il lavoro dell’oblio, rendendo eterno l’attimo dopo la bufera. La tavolozza dei colori cambia sotto un cielo non più latteo ma inaspettatamente azzurro (mentre corteccia piegata e rami spezzati mostrano le cicatrici), il silenzio prima evocato dalla neve si trasforma in fragore di schianto, l’inquadratura ravvicinata racchiude il massimo del significato nel minimo dei segni. Il valore emozionale e metaforico che ne scaturisce è evidente, la dimensione estetica crea un legame con quella etica.

Questo patriarca vegetale che è archivio botanico e storico insieme, che è stato colpito in profondità ma non si piega del tutto sotto un cielo rasserenato, mostra una forza di evocazione potente e diventa per tutti un simbolo di volontà, una testimonianza di resilienza, un auspicio di ripresa per i giorni a venire.

                                                                                                                                  Silvana Anna Bianchi

S. Bianchi

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