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ESPRIME CULTURA | 01 settembre 2020, 23:24

Università di Verona e COVID 19, una lunga serie di lavori e novità

Gli studi scientifici dell’Ateneo veronese in materia di Covid-19 e di prevenzione e lotta allo stesso. Hanno presentato un ampio quadro degli studi, eseguiti ed in atto, il magnifico rettore dell’Università di Verona, Pier Francesco Nocini, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Verona, Federico Sboarina. Il vaccino Grad-Cov2.

Università di Verona e COVID 19, una lunga serie di  lavori e novità

 “Studi e ricerche” – lavoro straordinario ed intenso, che onora Verona e che la pone in primo piano, con la sua Università – “in diversi ambiti, sono stati eseguiti e sono in atto, presso l’Università di Verona, sino dai primi momenti di diffusione del Corona Virus. Studi e ricerche, che vanno, dalla diagnostica alla terapia, fino alla recente collaborazione, attraverso il Centro Ricerche Cliniche dell’Azienda ospedaliero-universitaria integrata di Verona, con lo Spallanzani di Roma, per la sperimentazione, sull’uomo, di Grad-CoV2, il probabile e atteso vaccino italiano contro SARS-CoV-2, il virus, che causa Covid-19. Il Centro veronese era stato invitato a collaborare, nella definizione sia del protocollo di studi, che nella realizzazione della fase clinica della ricerca.  Il vaccino, realizzato, prodotto e brevettato dalla società biotecnologica italiana ReiThera, ha superato i test preclinici effettuati, sia in vitro, che in vivo, su modelli animali, che hanno evidenziato la forte risposta immunitaria, indotta dal vaccino, e il buon profilo di sicurezza, ottenendo l’approvazione della fase 1 della sperimentazione, sull’uomo, da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, dell’Agenzia Italiana del Farmaco e del Comitato Etico Nazionale per l’Emergenza Covid-19. Il vaccino Grad-Cov2 utilizza la tecnologia del “vettore virale non-replicativo”, ovvero, incapace di produrre infezione nell’uomo. Il vettore virale agisce come un minuscolo “cavallo di Troia”, che induce transitoriamente l’espressione della proteina spike (S) nelle cellule umane. Tale proteina è la “chiave”, attraverso la quale, il virus, legandosi ai recettori Ace2 presenti all’esterno delle cellule polmonari, riesce a penetrare ed a replicarsi all’interno dell’organismo umano. La presenza della proteina estranea innesca la risposta del sistema immunitario contro il virus. Attraverso tecniche sofisticate, questo virus, assolutamente innocuo per l’uomo, è stato modificato per azzerarne la capacità di replicazione; successivamente, è stato inserito al suo interno il gene della proteina S del SARS-CoV-2, il principale bersaglio degli anticorpi prodotti dall’uomo, quando il Corona virus penetra nell’organismo. Una volta iniettato, il virus modificato, ossia, la citata proteina S, che trasporta, provocherà la risposta del sistema immunitario dell’organismo, ovvero, la produzione di anticorpi in grado di proteggere dal virus SARS-CoV-2. Altri vaccini, basati su vettori virali, sono già stati valutati in trial clinici di fase 1 e 2, per candidati vaccini di altre malattie infettive, dimostrando di essere sicuri e di generare risposte immunitarie consistenti, anche con una singola dose di vaccino. Le prime dosi del vaccino descritto saranno somministrate, a Verona, dal 7 settembre prossimo. Scelte ottime, quindi, fatte dalla Regione Veneto e dall’Università di Verona, che hanno sempre creduto, nella necessità di centri, dedicati alla ricerca clinica di fase precoce. Passando al progetto “Sentinella”, esso è promosso dall’Università, dall’Azienda ospedaliera universitaria integrata e dal Comune di Verona. Esso mira ad identificare precocemente la diffusione del virus SARS-CoV-2, nella popolazione di Verona, onde attuare interventi efficaci di prevenzione, contro una diffusione massiva nella popolazione, contro l’aumento della mortalità, nelle porzioni fragili, e ad evitare la congestione degli ospedali, con conseguente riduzione della diffusione del virus stesso. Integrando la programmazione regionale della Fase 3, tale progetto intende identificare gruppi di soggetti residenti/domiciliati, nel Comune di Verona, come popolazioni “sentinella”, che possano presentare, precocemente, i primi segni di diffusione del virus. Nello specifico, la sorveglianza verrà attuata su: – soggetti di sesso femminile, con età superiore a 75 anni, e soggetti di sesso maschile, con età superiore a 65 anni; – conducenti di mezzi pubblici  (per esempio, autobus linee urbane ed extra-urbane, taxi): – lavoratori addetti al banco cassa, nel settore della ristorazione e nei supermercati/ipermercati; – studenti dell’Università di Verona, con particolare riferimento a quanti alloggiano, presso le residenze universitarie, gestite dall’ESU; –operatori della ristorazione (bar e mense) e delle pulizie, nelle strutture sanitarie o delle grandi aziende. Eventuali soggetti positivi, asintomatici o sintomatici, saranno seguiti, secondo i protocolli sanitari previsti dalla Regione Veneto. Il progetto, coordinato dal Magnifico Rettore, da Evelina Tacconelli e da Roberto Leone, vede il coinvolgimento di numerosi esperti dell’università, dell’Aoui e della Ulss-9 quali Corrado Barbui, Davide Gibellini, Domenico Girelli, Roberta Joppi, Giuseppe Lippi, Stefania Montemezzi, Albino Poli, Stefano Porru, Elda Righi, Giuseppe Verlato. Il progetto “Sentinella” si realizza attraverso la raccolta di fondi promossa dal Gruppo Athesis, con il Comune, la Provincia di Verona e la Fondazione Comunità Veronese, e, quindi, grazie alla generosità della popolazione veronese. In fatto di ricerca, in ambito terapeutico, da aprile, la Divisione di Malattie Infettive del dipartimento di Diagnostica e sanità pubblica dell’Università di Verona (Principal Investigator: Evelina Tacconelli) è centro coordinatore italiano di “Solidarity”, importante trial multicentrico, multinazionale, promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Lo studio, di carattere internazionale, coinvolge già migliaia di pazienti, affetti da Covid-19, con l’obiettivo di valutare le differenti strategie terapeutiche, tra cui antivirali (remdesivir e lopinavir/ritonavir, da solo o in combinazione con interferone beta), clorochina e idrossiclorochina. La collaborazione con l’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità – e con gli altri Paesi e la possibilità di attivare in tempi rapidi studi di ampio respiro internazionale rappresentano un valore aggiunto e un’importante occasione per coniugare la garanzia di accesso alle terapie e la possibilità di ottenere evidenze scientifiche da studi clinici controllati. Da maggio. Verona, insieme a Milano, coordina anche “Ammuravid”, destinato a permettere di conoscere gli effetti di un dato trattamento, sulla popolazione, nella vita reale, per verificare l’efficacia dell’utilizzo dell’immunoterapia, in aggiunta ad antivirali, nelle forme di Covid-19, in trattamento ospedaliero. Lo studio è disegnato in modo, da fornire tutti i dati necessari, per la registrazione dei farmaci sperimentali, per il trattamento di Covid-19, in modo da renderli rapidamente disponibili per i pazienti in tutte le strutture ospedaliere e non solo, in quelle, che abitualmente partecipano a ricerche farmacologiche avanzate. Ammuravid è il primo studio europeo che, con un approccio metodologico avanzato, valuta, in maniera comparativa e contemporanea, differenti opzioni di immunomodulatori, per la riduzione della mortalità e della necessità di assistenza respiratoria, nei pazienti con polmonite da Covid-19. I risultati delle terapie, che verranno già valutati nel corso dello studio, saranno utili per definire i farmaci più efficienti, da portare avanti nella sperimentazione e forniranno risposte, basate sull’evidenz, per la terapia di Covid-19. Il 19 maggio la Commissione Europea ha stanziato 129,5 milioni di euro, per il finanziamento di progetti innovativ, che si propongono di fornire soluzioni rapide alla società civile e ai sistemi sanitari, in risposta all’epidemia di SARS-CoV-2. Questi fondi provengono da Horizon 2020, il programma di ricerca e innovazione dell'Unione Europea e fanno parte del contributo di 1,4 miliardi di euro, destinato dalla Commissione Europea al Coronavirus Global Response. L'11 agosto 2020, la Commissione Europea ha annunciato che 23 progetti sono stati selezionati per il finanziamento. Finanziato dall’Unione Europea è il progetto “Orchestra”, che, coordinato dalla Sezione di Malattie Infettive dell’Università di Verona, include 10 Paesi europei (Francia, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Romania, Paesi Bassi, Portogallo, Lussemburgo e Slovacchia) e 9 extra-europei (India, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, Argentina, Brasile, Congo e Gabon). Orchestra è la creazione di una coorte paneuropea, per la definizione di modelli di prevenzione e di terapia efficaci dell’infezione da SARS-CoV-2. La coorte includerà quattro tipologie diverse di individui: popolazione generale, pazienti affetti da Covid-19, individui fragili (infezione da HIV, malattia di Parkinson, donne in gravidanza e bambini) ed operatori sanitari. Il progetto utilizzerà tecniche innovative di microbiologia, genomica, statistica (intelligenza artificiale e modelli matematici) e piattaforme di condivisione di dati sensibili, tra Paesi Europei, che permetteranno una valutazione sincronica di aspetti clinici, microbiologici, socio-economici ed ambientali delle varie popolazioni, in modo da fornire solide evidenze scientifiche per il controllo e la gestione di una seconda ondata di Covid-19. L’inclusione di soggetti SARS-CoV-2 positivi consentirà una definizione dei fattori di rischio, per l'acquisizione e la progressione della malattia, associata a SARS-CoV2 e soprattutto per le conseguenze a lungo termine. L’inclusione della popolazione generale consentirà di studiare gli effetti dell’epidemia, sul resto della società, quali il ritardo delle cure, dovuto all’epidemia di SARS-CoV-2. La coorte Orchestra sarà inoltre costruita in modo da essere immediatamente disponibile, per studi di vaccinazione, appenda disponibili su larga scala. Con Orchestra, si vuole proteggere la popolazione generale e fornire rapidamente risposte, che migliorino l’assistenza alle persone colpite. Il progetto avrà un impatto significativo, sulle reazioni all’epidemia corrente e potrà essere utilizzato, come modello per la risposta a nuove future minacce, per la salute pubblica. L’Università di Verona segnala, inoltre, che il prestigioso “Journal of Clinical Investigation” ha pubblicato uno studio coordinato dall’Immunologia, diretta da Vincenzo Bronte, e dalla Medicina Interna, diretta da Oliviero Olivieri, in collaborazione con l’Ospedale “Pederzoli” di Peschiera del Garda, sull’utilizzo di Baricitinib, medicinale, già impiegato per la cura dell’artrite reumatoide, ed usato in modo “off-label”, per il suddetto studio nei pazienti affetti da Covid-19. Il lavoro fornisce la dimostrazione che i pazienti, trattati con Baricitinib, mostrano una marcata riduzione dei livelli sierici delle “temibili” citochine infiammatorie, mentre i linfociti T e B, circolanti, ritornano alla norma ed il titolo anticorpale contro il virus si alza. In altri termini, il farmaco ripristina la capacità difensiva del sistema immunitario, danneggiata dal Covid. Tutto questo è associato, non solo ad una riduzione del fabbisogno di ossigeno, per i pazienti, e, quindi, ad un miglioramento clinico della polmonite, ma anche ad un effetto, sulla sopravvivenza dei pazienti. Solo uno dei 20 pazienti, trattati con Baricitinib (5%), è deceduto, dopo il completamento del trattamento terapeutico, rispetto a 25 pazienti morti su 56 (45%), nel gruppo di pazienti, non trattati. Sebbene i dati clinici vadano confermati con studi più ampi e randomizzati, il lavoro ha il merito di porre al centro dell’attenzione un particolare sistema di attivazione molecolare, che sembra cruciale (una sorta di “centralina” infiammatoria), nel perpetrare il danno da Covid. Il trattamento è per via orale, e può essere somministrato, anche fuori dall’ospedale. Ciò può limitare le conseguenze negative della pandemia ed essere, quindi, di estrema rilevanza, per i sistemi sanitari di tutto il mondo. Quanto alla Diagnostica, Verona si distingue. Lo scorso marzo, Giuseppe Lippi, professore ordinario di Biochimica clinica del dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona, e direttore dell’Unità operativa complessa di Laboratorio Analisi dell’Azienda ospedaliera universitaria  di Verona, è stato nominato a capo di una task force della Federazione internazionale di Chimica clinica e Medicina di laboratorio (Ifcc), sulla patologia da coronavirus. L’Ifcc, principale organizzazione mondiale, nell’ambito della Medicina di laboratorio, riunisce oltre 100 società nazionali di Medicina di laboratorio di tutto il mondo, con quasi cinquantamila membri. Le principali funzioni della task force dell’Ifcc su Covid-19 comprendono la disseminazione d’informazioni utili a migliorare l’accuratezza e l’efficienza diagnostica, per il Corona virus, fornire informazioni utili ai clinici ed alla popolazione, sul significato dei test diagnostici, e produrre raccomandazioni e linee guida, in merito a protocolli diagnostici e bio-sicurezza, nella gestione dei campioni utilizzati per diagnosi e monitoraggio del virus.  La creazione di un network, tra i vari laboratori e anche tra gli altri soggetti, che si occupano di salute pubblica, sta arrivando ad importanti studi, che Lippi sta conducendo in collaborazione con Stefano Porru, primario della Medicina del Lavoro di Verona, Mario Plebani e Giorgio Palù, docenti dell’università di Padova, alcuni appena pubblicati, su prestigiose riviste scientifiche internazionali. Lo studio pilota, che ha come oggetto il monitoraggio dei dipendenti dell’Azienda Ospedaliera (apparso di recente, sula rivista scientifica Clinical Chemistry and Laboratory Medicine), ha consentito di rivelare una positività del 4.6%, nella popolazione testata. La fase successiva, tuttora in corso ed unica, nel suo genere, consentirà il monitoraggio a breve e lungo termine, della risposta anticorpale conseguita, elemento indispensabile, per valutare la progressione dell’immunità di gregge e l’eventuale risposta vaccinale, quando i primi vaccini saranno disponibili. Ma, Verona, le sue ricerche ed i suoi studi non finiscono qui. È in fase di definizione, infatti, un accordo con la Federazione Sport Invernali degli Stati Uniti d’America, che prevede il coinvolgimento diretto dei laboratori di ricerca dell’Ateneo scaligero (Biochimica Clinica e Microbiologia), nel monitoraggio per Covid-19 degli atleti statunitensi, che prenderanno parte alle tappe europee della Coppa del Mondo di sci e, successivamente, ai campionati mondiali di sci alpino di Cortina 2021. Ciò consentirà di definire strategie diagnostiche e protocolli operativi, che potrebbero essere utili alle organizzazioni sportive internazionali ed alle autorità locali, per l’analogo monitoraggio di tutti gli atleti, che parteciperanno alle Olimpiadi invernali dell’anno successivo. Un tutto, che si amplia con un’Alleanza contro Covid-19 (Enact), progetto scientifico di ricerca medica originale, che sta affrontando l’emergenza pandemica da Corona virus, con un approccio integrato e multidisciplinare, per definire parametri clinico-epidemiologici, virologici e immunologici, in grado di chiarire i meccanismi, usati dal virus, per diffondersi. Immunologia, infettivologia, epidemiologia e medicina interna sono stati chiamati a realizzare una vera e propria “corsa per la scienza”. Uno dei sottoprogetti è Immunovid, supervisionato dall’immunologo Vincenzo Bronte, si è occupato della comprensione dei meccanismi, che stanno alla base dei disordini immunologici, che seguono all’infezione da Corona virus. Sono stati ottenuti diversi risultati e, in particolare, è stato identificato un bersaglio molecolare, coinvolto nella cascata di alterate reazioni immunologiche, che portano a stati infiammatori abnormi e spesso incontrollabili (la cosiddetta “tempesta citochinica”), che possono essere disattivati, da farmaci disponibili e in uso per altre patologie. Sempre all’interno di Enact, lo studio neurologico “Nervous system: subclinical target of Sars-Cov-2 infection” è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Neurology Neurosurgery and Psychiatry”. La malattia da Sars-Cov-2 non colpisce, infatti, solo i polmoni. Molti dei sintomi individuati, in questi mesi – riduzione del gusto e dell’olfatto, alterazione dello stato di coscienza, fatica, mialgie e cefalea – sono di fatto riconducibili ad alterazioni del sistema neurologico. Lo studio ha messo in luce le modalità, con cui il sistema nervoso è così frequentemente coinvolto nei dati clinici dei pazienti affetti da Covid-19. Altri studi e ricerche…, a Verona? Sono in atto… Ricercatrici e ricercatori dell’Ateneo scaligero sono al lavoro, anche su molti altri fronti. La Medicina del Lavoro, diretta da Stefano Porru, sta portando avanti un’azione di sorveglianza sul personale sanitario dell’Aoui di Verona. Lo studio, con una delle più grandi casistiche del mondo, è già stato pubblicato sull’International Journal of Enviromental Research and Public Health, dimostrando l’importanza dello screening del personale sanitario, per la prevenzione della diffusione dell’epidemia di COVID-19. Sempre la Medicina del Lavoro, in collaborazione con il Laboratorio di Analisi, diretto da Giuseppe Lippi, con la Statistica Medica di Giuseppe Verlato, e con il Servizio di rischio clinico di Stefano Tardivo, sta conducendo uno studio epidemiologico per la valutazione della risposta anticorpale tra il personale sanitario. A Verona, si ricerca, poi, anche in ambito psichiatrico. Di recente, il gruppo di lavoro, coordinato da Corrado Barbui, ha collaborato con l’Oms per l’elaborazione delle linee guida, sulla gestione delle manifestazioni neuropsichiatriche, in pazienti affetti da Covid-19, in particolare delirium, ansia, depressione e disturbi del sonno. È in corso anche un progetto di ricerca – primo in Europa – ideato e promosso da un team della Sezione di Psichiatria, diretta da Mirella Ruggeri, del dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento, in collaborazione con la Sezione di Medicina del lavoro del dipartimento di Diagnostica e sanità pubblica. L’obiettivo è di valutare l’impatto psicologico della pandemia Covid-19, sul personale universitario e ospedaliero, in servizi, nelle due sedi ospedaliere dell’Azienda ospedaliera universitaria di Verona – responsabile scientifico del progetto è Antonio Lasalvia – e d’analizzare le ricadute significative, in termini di surmenage lavorativo e disagio psicologico, da parte del personale chiamato a gestire l’emergenza sanitaria”. Una grande relazione, dal grandissimo contenuto, proposta dal Rettore dell’Università veronese, affiancato dal presidente di Regione Veneto, Luca Zaia, e dal sindaco di Verona, Federico Sboarina, che, in prima persona, sino dai primi giorni di pandemia, con coraggio e dedizione, hanno lottato e lottano, con alta attenzione ai cittadini, contro un virus sconosciuto, riscuotendo, giustamente riconoscimenti, anche dall’estero. Una relazione-descrizione di eccezionali iniziative, che dimostrano, come l’Università di Verona - Azienda ospedaliero-universitaria abbia, con massima sollecitudine, messo mano a ricerche e studi, dagli ottimi risultati, contro il Corona virus, ottenendo il plauso di numerose riviste scientifiche straniere. Noi, abbiamo riportato il denso testo, di cui sopra – più fatti, che parole – non dovendo inserirci, nello stesso, e, per mera incompetenza, nel settore medico-scientifico, nonché, per proporre al Lettore contenuti, che, per essere valutati, nella loro essenza, vanno letti e meditati, nella loro originalità. Un ottimo lavoro, grande impegno, che, come detto, onorano l’Ateneo, Verona ed il Veneto.
Pierantonio Braggio

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