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LO SCAFFALE | 25 luglio 2020, 17:21

Filippo Avesani intervista il M° Fabio Armiliato

In attesa del debutto della rassegna concertistica estiva “Nel cuore della musica” sabato 25 luglio in Arena, Filippo Avesani ha intervistato per Voi il tenore M° Fabio Armiliato, di fama internazionale, il quale si è reso disponibile per raccontare come sta vivendo il ritorno in Arena e, in generale, il ritorno alla musica dal vivo.

Filippo Avesani intervista il M° Fabio Armiliato

 
Maestro Armiliato, iniziamo questa intervista chiedendole come sta vivendo il periodo post-Covid: l’impegno areniano del 25 luglio è il primo evento o ha già avuto modo di esibirsi nel mese scorso?
 
L’impegno in Arena è il primo impegno e sono molto contento di partecipare a questa serata dedicata ai medici e al personale sanitario in prima linea durante l’emergenza. È un momento difficile in cui abbiamo affrontato un nemico invisibile e che ci ha condizionato l’esistenza. Noi artisti lavoriamo con il pubblico e in questo periodo ci siamo adattati per necessità alle potenzialità comunicative della tecnologia, ma è chiaro che noi viviamo per e con il pubblico, e tornare ad avere il contatto diretto con esso è molto più emozionante, nonostante le condizioni diverse dal solito. Avere il pubblico ridotto è una novità particolare per le potenzialità dell’Arena ed è rispettosamente in linea con le normative di sicurezza, ma rivedere gli spettatori che vengono a un concerto perché vogliono godere della bellezza della vita è un’emozione unica.
 
 
Dietro le quinte come state vivendo [artisti e operatori dei teatri] questo momento? È più forte la voglia di ricominciare o la preoccupazione di un secondo stop?
 
La voglia di ricominciare. Non voglio farmi prendere dalla paura di vivere che purtroppo hanno ancora molte persone. Questo timore, se protratto a lungo, ci impedirà di sviluppare gli anticorpi psicologici che ci permettono di affrontare le cose. Noi artisti viviamo sempre con la paura, ma questo fatto deve essere la scintilla per svilupparne l’anticorpo.  
 
 
Eventi online: una necessità vista l’emergenza, ma alla fine fonte di dibattito sulla positività o meno della “musica online” anche in un futuro senza Covid. Alcuni lo vedono come un esperimento che deve essere riproposto, altri che sia limitato al momento. Cosa ne pensa?
 
Io sono una persona che ha sempre sposato la tecnologia fin dall’inizio, tanto da ricevere l’appellativo di “cyber-tenor”! Penso che siano mezzi da utilizzare al meglio delle loro potenzialità, ma correttamente. Non devono prevaricare l’uomo, che è emozione. Non possiamo pensare all’allontanamento sociale per il futuro in quanto l’uomo è un animale sociale e l’arte vive grazie al linguaggio del corpo. Credo che bisogna utilizzare e sfruttare la tecnologia, ma in quanto possibilità aggiuntiva: tutto deve essere portato alla vita, altrimenti rischiamo di diventare disumanizzati. Ad esempio, l’opera in televisione: non funziona e non ha mai funzionato. Rimangono i documenti per riviverne alcune emozioni, ma mai si potrà sostituire l’evento dal vivo, e ciò non vale solo per la musica. Anche nel calcio non è la stessa cosa vivere una partita allo stadio o in televisione… quindi, importante è l’integrazione della comunicazione tecnologica in quanto tale, lasciando all’evento dal vivo la priorità assoluta perché non può che essere così.
 
 
Un’altra domanda di carattere generale/personale: dopo l’impegno in Arena ha altri eventi programmati? Questo per capire se la “macchina-teatro” sta lentamente tornando alla sua normalità.
 
Pensare che torni tutto normale in tempi brevi è difficile. Ci sarà bisogno di un’analisi critica per tutto il mondo musicale italiano per dargli una svolta definitiva. Le fondazioni sono in crisi e hanno bisogno di essere riviste nella loro totalità una volta per tutte. Credo moltissimo che il teatro possa diventare il polo della nostra società in futuro, perché lo è sempre stato in passato. Esso non deve essere solo un’azienda, ma un vero polo sociale, educativo, formativo: può cambiare, deve cambiare e deve ritornare a essere un punto di incontro per tutti i cittadini. Questa funzione potrebbe aiutare i teatri e recuperare l’interesse di quel pubblico lontano, pubblico che ora è solo una nicchia, o presunta tale. In questo momento dobbiamo cercare di riportare il pubblico in teatro, è il passo principale da compiere in questo momento delicato: mantenere vivo l’interesse e sperare in un ritorno in massa di interesse e curiosità.  
 
Entriamo nel merito della serata in Arena del 25 luglio: il palcoscenico. Mi ha incuriosito la novità del palco centrale in platea: questo nuovo modo di cantare influirà negativamente o positivamente sulla percezione del pubblico? Ha già avuto modo di fare una prova?  
 
No, le prove saranno a ridosso del concerto. Certamente essendo un esperimento non posso sapere se e come funzionerà, ma cercheremo di fare il possibile perché la resa sia ottimale. Sicuramente saranno state fatte delle prove, ma è un piccolo punto interrogativa cui non posso al momento dare una risposta certa. Faremo il possibile anche noi artisti, per fare di necessità virtù.  
 
 
Il programma: Lei canterà l’improvviso da Andrea Chenier, molto presente nel programma della serata. Qual è il suo rapporto con l’opera? In secondo luogo: l’Improvviso è sì un inno all’amore, ma anche e forse soprattutto un inno alla patria. Quanto è importante cantare questo messaggio vista la dedica della serata agli operatori sanitari e, in generale, all’Italia?
 
È una bellissima domanda. Innanzitutto, Chenier è l’opera che mi ha iniziato a questo genere musicale, ho imparato l’opera dalla voce di Beniamino Gigli e ho un ricordo molto forte di questa esperienza. È un’opera che ha uno dei libretti più belli che siano stati scritti grazie al genio di Luigi Illica. L’improvviso è un inno all’amore, ma anche un inno alla patria. Chenier nell’opera è critico nei confronti dei cattivi costumi della società, e questo aspetto unito all’amore e all’amore per la patria formano un proclama per credere in un mondo migliore, nella capacità di avere un’identità, perché solo se abbiamo un’identità possiamo capire l’Altro, meglio. Amare il paese per creare ponti con gli altri. Speriamo che il messaggio di Chenier sia di buon auspicio per la ripresa di tutto e tutti.  
 
 
Un altro tema: opera e giovani, un tema che mi sta molto a cuore e che mi piacerebbe vedere centrale in una rinascita post-Covid.
 
Faccio alcune riflessioni. La musica nel nostro paese è molto varia e abbiamo sempre avuto una grande apertura verso i nuovi generi, come il recente rap. Però se osserviamo attentamente possiamo notare che nelle pubblicità la musica usata è quella lirica. Inoltre, la lingua italiana è conosciuta nel mondo grazie soprattutto all’opera, ed è un bagaglio culturale che penso i giovani vogliano avere. Basterebbe sollecitare alcune molle educative per far percepire attuale questo genere: i media potrebbero e dovrebbero darci una mano, la politica pure usando meno parole e passando ai fatti. Basterebbe pochissimo per dare dei segnali importanti per un mondo che non è una nicchia e che non a caso è candidato a diventare patrimonio UNESCO: sarebbe un segnale importantissimo per la nostra categoria e per l’Italia intera. Spero che i giovani si possano sentire sempre più coinvolti, perché in fondo studiare la voce significa conoscere sé stessi e i meccanismi del corpo umano senza bisogno della tecnologia. Ai giovani dico di riappropriarsi dell’opera lirica, perché potrà essere e sarò anche il volano per l’economia, basti pensare a Verona! La mia famiglia è di Verona e già quando avevo 14 anni andavo in Arena: sono sempre rimasto impressionato dalla macchina del teatro nella sua complessità.  
 
 
 
Ne approfitto per fare una riflessione: aldilà delle individualità come Lei, il problema del rapporto nuove generazioni-musica “colta” non nasce proprio dai Teatri stessi? Spesso sono proprio loro che non trovano i giusti linguaggi per proporsi a un pubblico nuovo.
 
Assolutamente, come ho detto all’inizio della chiacchierata i teatri devono rivedere i loro obiettivi e diventare un centro di socialità, collaborando con i poli educativi e che possano essere di nuovo un punto di incontro: il teatro è lo sbocco lavorativo dell’educazione e bisognerebbe fare in modo che le orchestre, i cori e i teatri siano lo continuino ad essere. Io credo molto in questo: bisogna rivedere il tutto, e forse bisogna ricominciare da capo pensando a produrre cibo per l’anima, senza guardare agli spiccioli, o unicamente al profitto. Noi siamo un modello nel mondo, basti pensare che all’estero i teatri tentennano perché stanno aspettando di vedere come faremo noi ad organizzarci.
 
 
Maestro, ringraziandola per questa breve intervista vorrei congedarmi chiedendole un augurio per il mondo della musica, e se può completarmi la frase “l’opera non può morire perchè…” come summa della nostra chiacchierata per i nostri lettori.
 
 
Cito le parole del Maestro Franco Corelli. Diceva che l’opera non potrà morire mai perché… è troppo bella. Vale più di centomila parole.
 
 
 
Un sentito ringraziamento al M° Fabio Armiliato per la disponibilità, augurandogli un personale “in bocca al lupo” per il debutto areniano post-Covid!
 
 
Filippo Avesani

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