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ANNUNCI E VARIE | 06 gennaio 2020, 09:52

Mummia del Similaun, soprannominata Ötzi, è la scoperta di un veronese

Silvano Dal Ben, un uomo della Lessinia, è stato uno degli artefici della scoperta che è stata una pietra miliare nello studio dell'archeologia dell'Alto Adige. Una doverosa breve biografia a cura di Giuseppe Corrà ci illumina sulla vita del nostro conterraneo e fa chiarezza su alcuni importanti rilievi circa la scoperta della mummia

Silvano Dal Ben riceve  il riconoscimento

Silvano Dal Ben riceve il riconoscimento

 
La Lessinia, in cui era nato 67 anni fa, è sempre stata la sua casa, la sua montagna. Ora accoglie le sue spoglie. E’ morto il 26 settembre 2014 il maresciallo della Finanza Silvano Dal Ben, l’uomo che con la propria esperienza e la propria caparbietà, dimostrò che Ötzi, il cacciatore del Similaun, era stato trovato in territorio italiano.  Silvano era nato a Roverè il 6/9/1947, primogenito del papà Camillo e della mamma Carmela Gandini. Era rimasto ben presto orfano per la scomparsa prematura della mamma, morta nel dare alla luce l’ultimo dei propri figli, Carmelina. Uno dei suoi fratelli, Mario, è stato a lungo sindaco del paese. I parenti seguirono i cinque ragazzi nella loro crescita, mentre il papà Camillo lavorava in Francia. In particolare zia Celesta che, pur nubile, con generosità e coraggio spese una buona parte della propria vita per loro. Fin da piccolo Silvano dimostrò sempre un carattere vivace, volitivo,  rude ma generoso. La sua infanzia e la sua giovinezza l’ha vissuta in stretto contatto con la natura tra i boschi e i prati percorsi anche per andare a scuola, dove era tra i primi della classe.  
 All’età di 16 anni prese ad allenarsi regolarmente sugli sci. Lo faceva la sera al ritorno dal lavoro di muratore. Durante gli inverni preparava una pista sulla neve che percorreva  più volte con gli sci  da fondo facendosi luce con una pila  posta sulla propria testa. Ormai diciottenne, dopo aver  frequentato per due anni  la scuola per marmisti a Lugo di Grezzana in Valpantena, fu convocato a Milano per un posto che richiedeva quella qualifica. Ma vi rinunciò e rimase tra le proprie montagne a dirigere il taglio del fieno nei prati di famiglia e continuando a svolgere il lavoro di muratore. Purtroppo, la ditta in cui lavorava fallì e lui perse lo stipendio di circa 6 mesi.
 A 22 anni la svolta decisiva della sua vita. Entrato nella Guardia di Finanza il 1 ottobre del 1969, vi rimase fino del 2004 quando andò in pensione con grado di maresciallo. Nel proprio lavoro si distinse come militare, rocciatore,  maestro di sci, istruttore nazionale di sci alpinismo e soccorritore, prima e durante il periodo in cui fu comandante della stazione del Soccorso alpino di Certosa in val Senales. Numerosi i suoi interventi in soccorso di quanti erano in difficoltà sulla montagna o per il recuperare corpi finiti nei crepacci. Talvolta, riuscì ad estrarli legandoseli sulle spalle. Fra le sue imprese anche il recupero in elicottero di un cadavere in alta quota. Caricato il morto, per lui non c’era posto sul velivolo se non sdraiato sopra di lui. Per l’attività di soccorritore alpino ebbe anche la medaglia d’oro grazie alla generosità, alla perizia e al sangue freddo dimostrati in più occasioni. Così la Gazzetta ufficiale n. 140 del 18-6-1990 ricorda uno dei suoi salvataggi più arditi: “Appuntato Guardia di finanza Silvano Dal Ben, il 13 ottobre 1988, in Val Senales (Bolzano). - Con sprezzo del pericolo  ed  alto  senso del  dovere, si calava dall’elicottero in volo sul tetto delle cabine di una funivia, rimaste bloccate per un guasto, riuscendo a trarre in salvo i due manovratori”.  Per questa azione venne promosso al grado superiore per “meriti eccezionali”.
 Sono molti i  suoi “allievi” riconoscenti per la sua attività di maestro di sci in cui era assai esigente, ma attento e sempre affidabile.  Disciplina e impegno le sue parole d’ordine. Era scrupoloso nel preparare l’attrezzatura e i campi da sci. Al fondo dedicava il suo tempo libero perché voleva trasmettere ai giovani di ogni età, del paese o no, questa passione. E faceva sempre il possibile perché i ragazzi potessero partecipare alla preparazione ed alle gare garantendo disponibilità per il loro allenamento e per il trasporto. Considerava lo sci da fondo come lo sport più consono alla Lessinia: “Perché praticare qui da noi il calcio o qualsiasi altro sport  quando abbiamo la neve a km zero? Ma, una volta che hai scelto lo sport adatto per te, devi praticarlo con impegno”.
 Per lui lo sci da fondo sa sviluppare sia il fisico che la mente ed amava ripetere: “E’ uno sport che ti mette alla prova e, per riuscire, per vincere, bisogna usare la testa. Il fondo ti educa perché lo pratichi all’aperto, ti ossigena, ti irrobustisce facendoti crescere completamente”. Era convintissimo che ogni allievo dovesse dare il massimo sempre, anche negli allenamenti  perché “l’è sempre el sora manego che conta”. Non sopportava che i genitori gli parlassero del proprio figlio dicendo: “Poareto el me butin, el fa fatiga” perché per lui la fatica era parte della vita e, di conseguenza, anche dello sport. Per l’impegno verso i ragazzi è stato uno dei pilastri portanti dello sci club di Roverè veronese  dal 1980 in poi.  Anche se era lontano dalla Lessinia per lavoro, i momenti liberi li dedicava allo sci club, tornando dalla val Senales appena possibile. Pure alla propria famiglia dimostrava attenzione: tutte le estati almeno una settimana era per i nipoti e per chiunque volesse seguirlo sui campi da sci della val Senales. Disciplina ed impegno sì, ma anche capacità di ridere di se stesso. Come quella volta in cui, volendo dimostrare ai suoi alunni come si scendeva nella posizione ad uovo, finì con le gambe all’aria davanti ad essi che si misero a ridere di gusto. Non gli rimase altra scelta che aggregarsi al gruppo in festa perché anche per lui valevano le parole che più volte aveva ripetuto agli allievi: “La vita è una gara: cadi e ti rialzi, cadi e ti rialzi. Quando cadi, non devi smettere di rialzarti! Eh sa gh’è ? Te te ribalti, te caschi, te vè in tèra, te levi su e te seiti ìa!”.
 Fra tutte le “avventure” vissute tra le Fiamme Gialle va senz’altro ricordata quella legata all’Uomo dei ghiacci. Se Bolzano può oggi mostrare con orgoglio le spoglie di Ötzi, lo si deve all’operato di Silvano, all’epoca del ritrovamento brigadiere della Guardia di Finanza e comandante della stazione del Soccorso alpino di Certosa in val Senales. Con le sue precise conoscenze dei luoghi e con la caparbietà dimostrata nel documentare le proprie convinzioni  permise di accertare che i ghiacci in cui Ötzi aveva riposato per millenni si trovano in territorio italiano. Proprio i cippi di confine numerati dal B34 al B36 e le triangolazioni effettuate da quei segni indiscussi hanno obbligato gli austriaci a riconoscere che quel cacciatore preistorico, vecchio più di 5.300 anni, era stato ricoperto dalla neve e conservato dal ghiaccio in un terreno del giogo di Tisa/Hauslabjoch che per 92 metri  e 60 centimetri si trova in Italia. Era il 21 settembre del 1991 quando i coniugi Erika e Helmut Simon di Norimberga raccontarono al gestore del rifugio Vent di aver scoperto il cadavere di un uomo ai piedi del ghiacciaio del Similaun. Egli non allertò la Guardia di Finanza, competente per le questioni inerenti ai confini nazionali,  ed informò i Carabinieri di Senales. Prese per buone le indicazioni dei coniugi Simons, che ritenevano austriaco il luogo in cui avevano individuato il cadavere, i Carabinieri demandarono il compito del sopralluogo alla Gendarmeria di Innsbruck.  Ma la notizia cominciò a diffondersi. Sul posto in quota giunse anche lo scalatore Reinhold Messner che, dopo aver visto l’uomo imprigionato nel ghiaccio, si rese subito conto che non poteva trattarsi di un escursionista morto solo pochi anni prima. Il recupero del corpo mummificato avvenne il 23 settembre. Nella zona era nevicato e l’elicottero austriaco inviato sul posto ebbe molte difficoltà ad individuare il corpo. Ma, trovatolo, venne staccato  dal suolo con la piccozza danneggiando alcune sue parti. Poi, fu portato all’Istituto di Anatomia dell’Università di Innsbruck per le indagini.
 In questi frangenti, il brigadiere dal Ben era in ferie nella propria residenza veronese. Seguiva, però, con attenzione i resoconti giornalistici di quel ritrovamento. E, man mano che le mappe dei luoghi divennero più precise, egli fu sempre più certo di una verità: Ötzi aveva riposato per tanti anni in territorio italiano. Pur presagendo che rischiava di molestare un vespaio, manifestò il proprio convincimento a colui che comandava la stazione del Soccorso alpino di Certosa al suo posto ed anche al proprio superiore diretto. I due, però, non presero nessuna iniziativa.
 Il fatto di essere in ferie permise a Silvano di agire con più libertà. Quando in borghese salì in quota c’era nebbia fitta. Ma la perfetta conoscenza del terreno gli consentì lo stesso di rintracciare per prima la piastra di confine numero B36: era al suo posto originario. Nel silenzio della montagna udì, poi, delle voci provenire proprio dal luogo in cui l’uomo dei ghiacci era stato ritrovato. Avvicinatosi, chiese a quelle persone cosa stessero facendo e se fossero a conoscenza di operare sul suolo italiano. Vista la loro perplessità e la loro reticenza, si qualificò esibendo i propri documenti di  brigadiere della Finanza italiana e intimò loro di andarsene in fretta lasciando sul posto le cose che avevano prelevato e che stavano sistemando nei propri zaini. A quell’ordine perentorio, il gruppetto delle persone sparì nella nebbia.
 Poi si mosse alla ricerca delle piastre numero B34 e B35 che, localizzate, gli permisero di calcolare in maniera del tutto sicura, anche se approssimativa, che il  luogo in cui Ötzi aveva riposato fino ad allora si trovava entro il confine italiano di almeno 50, 60 metri. Sceso al rifugio Vent, rimproverò al gestore di aver informato i Carabinieri e non la Guardia di Finanza e, recuperata della vernice, ritornò a segnare in modo preciso e vistoso il luogo in cui Ötzi era stato prelevato.  
 Ridisceso a valle, telefonò immediatamente al capitano comandante della caserma di Finanza senza trovarlo. Decise allora di informare i superiori a Merano che gli revocarono subito la licenza, gli ordinarono di non parlare con i giornalisti e di recarsi appena possibile con una pattuglia a recuperare tutto ciò che ancora rimaneva di interessante nel luogo del ritrovamento. I movimenti dei finanzieri misero in allarme i giornalisti che già presidiavano le caserme della Finanza e dei Carabinieri.  La vicenda del ritrovamento del cacciatore d’altri tempi si andava ingigantendo fino a giungere all’attenzione anche dell’onorevole Giulio Andreotti, allora Ministro degli Interni che procedette a sostituire il Commissario del governo presente a Bolzano perché aveva dato retta con troppa facilità al resoconto stilato dai Carabinieri. Da allora il nuovo Commissario volle essere informato sugli sviluppi della vicenda solo dal  brigadiere Dal Ben e gli ordinò di tenere alla larga dal luogo del ritrovamento la Gendarmeria austriaca e di stendere il proprio rapporto sui fatti. I giorni successivi, Silvano ritornò, assieme ad un carabiniere suo pari grado, a presidiare la “tomba” di Ötzi. Intanto si intensificarono anche i contatti tra il Governo italiano e quello austriaco per arrivare a dirimere il litigio sulla “nazionalità” dell’uomo del Similaun. Ai primi di ottobre venne deciso di comune accordo di effettuare un sopralluogo congiunto tra italiani ed austriaci per una più accurata verifica dei confini. Della commissione italiana facevano parte anche alcuni cartografi dell’I.G.M. di Firenze. L’elicottero della commissione austriaca, più piccolo e nonostante il cattivo tempo, riuscì a portare sul posto il proprio equipaggio. Non così quello italiano e le verifiche dei confini vennero effettuate solo dagli esperti austriaci che certificarono come quel ritrovamento fosse avvenuto  in territorio italiano per 92 metri e sessanta centimetri. Silvano, dunque, aveva ragione. Ci vollero, però, quasi sette anni prima che tutti i reperti giungessero a Bolzano. Il 16 gennaio 1998 l’Uomo venuto dal ghiaccio e il suo corredo furono trasferiti al nuovo Museo Archeologico dell’Alto Adige a Bolzano dove a lui è riservato un intero piano.  
 Il 17 giugno del 2003, a nome di tutta la comunità locale, a Bolzano Silvano ricevette un encomio ed un omaggio della Provincia autonoma alla presenza del suo presidente Luis Durnwalder e del vice Michele Di Puppo. “Lei suggerì quella nuova misurazione – disse Durnwalder rivolto al maresciallo – consegnando di fatto alla comunità altoatesina una testimonianza storica preziosissima. Lei ha contribuito a conservare qualcosa di bello e di storico, un reperto di importanza mondiale che ogni anno registra la visita di oltre 300mila persone”. Alla cerimonia erano presenti le massime autorità locali delle Fiamme gialle.  
 Purtroppo il Museo Archeologico dell’Alto Adige, nelle stanze in cui espone i reperti recuperati assieme al corpo dell’Uomo del Similaun e ricostruisce la storia del suo ritrovamento tra i ghiacci, non dedica nemmeno una riga a Silvano Dal Ben. Una lacuna davvero grave ed anche offensiva, non colmata nonostante che i suoi dirigenti siano stati ampiamente informati dell’attività del finanziere veronese nella vicenda legata alla figura di Ötzi.
                                                                                                 Giuseppe Corrà

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