ANNUNCI E VARIE | lunedì 18 gennaio 2021 14:17

ANNUNCI E VARIE | 12 febbraio 2013, 14:35

Ricordando l’Olocausto.

Conosciuto personalmente Shlomo Venezia (1923-2012), stesi un modesto sunto della sua vita e del martirio, che egli, giovanissimo, dovette sopportare, riuscendo a superare, per puro caso, le brutalità di Auschwitz. Non potendo dimenticare il suo racconto, la sua persona e i milioni di vittime senza colpa del nazismo, ecco, di seguito, alcune considerazioni, udite dalla bocca di Shlomo stesso, nel 2011.

Ricordando l’Olocausto.

Shlomo Venezia a Verona: bisogna sapere…

Salvatosi dalla ferocia nazista, ha descritto la sua tragica storia, anche come facente parte del Sonderkommando, addetto al crematorio…

Salone della Gran Guardia affollato di giovani e di cittadini il 17 febbraio 2011, per ascoltare dalla viva voce di un attore schiavo, allora ventunenne e destinato a morte certa, la storia terrificante, vissuta personalmente da Shlomo Venezia, israelita, perseguitato dgli uomini fanatici della razza pura: i nazisti.

Nato a Salonicco, Grecia, la sua origine può derivare da ebrei, detti sefarditi, costretti nel tardo Quattrocento a lasciare Spagna o Portogallo. Il suo cognome, Venezia – lo afferma Shlomo stesso – potrebbe essere dovuto al fatto, che prima di raggiungere la, cittò greca, negli anni Venti, la sua famiglia abbia trovato ospitalità, per anni, a Venezia.

Nella Salonicco in mano nazista dal 1941, che vede realizzate nel 1943 le prime pesanti misure antiebraiche, il quartiere, in cui abita Shlomo, viene circondato da militari e recinto di fili di ferro spinato. In seguito, con metodi brutali, Shlomo, la madre e due sorelle, rispettivamente di 10 e 11 anni, sono forzatamente posti su carri bestiame piombati – in quello di Venezia, vi sono 65 individui – e “spediti” ad Oświeçim, in tedesco, Auschwitz, nella Polonia occupata dalla croce uncinata. I Venezia arrivano a destinazione dopo circa undici lunghi giorni di terribile viaggio, l’11 aprile 1943. Una volta nell’infernale campo di concentramento, Shlomo, 21 anni, diventa testimone delle peggiori atrocità, che l’uomo, il nazista fanatico, possa avere commesso nei riguardi de suoi simili. I nuovi arrivati, trattati peggio delle bestie, a bastonate e a calci, sono sottoposti a esame fisico da parte di due medici militari, che fingono un’inesistente serietà professionale. Chi è destinato al lavoro forzato a favore del Terzo Reich di Adolf Hitler – gli altri sono avviati subito, bambini compresi, alle camere a gas – viene rapato a zero, condotto alla doccia e, talvolta, costretto per odio e cattiveria dallo sgherro di guardia, a fermarsi sotto l’acqua volutamente bollente… Segue l’esecuzione di un doloroso tatuaggio, con inevitabile e non curata uscita di sangue, attraverso il quale il giovane Shlomo si vede inciso sul braccio destro il numero 182727: non più persona, ma semplice numero! Segue un periodo di dura quarantena e, quindi, Shlomo è assegnato ad uno dei diversi “Sonderkommando”, già in essere dal 1942: il Sonderkommando è un gruppo di prigionieri, costretto al compito “speciale” di liberare e pulire le luride e maleodoranti camere a gas – approntate a mo’ di docce – dai cadaveri dei gassati, inserendoli nei forni crematori… Il tutto, con la ben triste e certa prospettiva, per i disgraziati uomini del Sonderkommando, della stessa fine dei gassati, perché le SS non vogliono che la notizia di quanto accade, sotto il fumo dei forni, si diffonda fra gli ospiti del campo… Il gruppo speciale – Shlomo svolge, sempre sotto severo controllo, il suo pesante servizio al forno no. 2, del quale fanno parte anche barbieri, destinati a rapare le donne da avviare alla morte, e presunti dentisti, incaricati di togliere ai cadaveri le protesi d’oro, per poi farne lingotti – riceve, a mezzogiorno, un’inutile e pessima brodaglia, per cui è fortunato chi trova nelle tasche di qualche vestito, prima lasciato dai gassati, un pezzetto di pane o qualcosa di diverso… Tutto, ovviamente, è buono…, in quelle infernali condizioni…

Shlomo vede, quindi, personalmente una SS a gettare in un contenitore un pastiglia di Zyklon B, il veleno che libera, nella stanza della morte, il gas letale…

I nazisti, nell’aprile1945, sapendo del prossimo arrivo dell’esercito sovietico, spostano da Auschwitz, si noti bene, con una marcia a piedi, detta “della morte”, perché non tutti, denutriti e pessimamente trattati, possono farcela, i prigionieri rimasti vivi al campo di Mauthausen, in Austria. La fortuna vuole che il 2 maggio 1945, l’Esercito americano porti la liberazione a chi, pur avendo sofferto, è ancora in vita… Gli americani vogliono giustiziare sul momento ogni singola SS, che trovano sul posto, ma i liberati – non tutti gli uomini sono cani lupi! – oppongono all’iniziativa la loro bontà, non credendo nella vendetta…

Grazie ai nazisti ed ai loro crudelissimi metodi di pulizia etnica, di caccia, di tortura e di assassinio dei loro simili, Shlomo non ha più nessuno della sua famiglia, se non un fratello ed una sorella… Superata la tragedia, da anni, Venezia ha vissuto a Roma, sino a quando, l’anno scorso, ci ha lasciato.

È questo, il nostro, un racconto, certamente non completo e breve, troppi essendo i metodi brutali dal nazismo applicati in ogni dettaglio, per martirizzare l’uomo caduto nelle sue mani, ma, purtroppo, crediamo, molto esemplificativo. Un racconto, che Shlomo Venezia può maggiormente ampliare, avendo subito di persona, e che va fatto conoscere, affinché si sappia quanto generazioni passate hanno visto e provato, e perché l’umanità, riflettendo su quanto, di cui sono capaci le dittature, eviti la loro ascesa al potere e non permetta che il genocidio di milioni di giusti si ripeta. E come si può negare l’Olocausto, dinanzi ad un simile, dettagliato racconto, i cui terribili particolari, Shlomo ha provato sulla propria pelle e fa conoscere, con costanza e pietà, in omaggio a chi ad Auschwitz ha lasciato la vita?

 

 

 

 

 

 

 

Pierantonio Braggio

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore