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CONSULENZE e INIZIATIVE | 26 gennaio 2020, 19:08

Imprese: essere piccoli non è peccato, se si usa l’innovazione per crescere Oltre il 90% delle aziende italiane ha meno di 10 dipendenti o un fatturato sotto i 2 milioni. E non riesce a scalare. Secondo il pensiero corrente questa condizione limita la pro

Una pagina di approfondimenti che abbiamo ricevuto in redazione a cura di Ignazio Rocco, Fondatore e CEO di Credimi e che ci pare interessante offrire ai nostri lettori. Anche noi crediamo che piccolo è ancora più bello, ma necessita di un sistema politico sociale rispettoso dell'individuo e non socialista come quello che in Italia è stato seminato e in vigore per quasi un secolo.

Imprese: essere piccoli non è peccato, se si usa l’innovazione per crescere  Oltre il 90% delle aziende italiane ha meno di 10 dipendenti o un fatturato sotto i 2 milioni. E non riesce a scalare. Secondo il pensiero corrente questa condizione limita la pro

Da oltre 25 anni la crescita dell’Italia è ferma, mentre la produttività del Paese è agli ultimi posti in Europa. Per molti, la colpa è dell’esercito delle piccole imprese italiane che sono la spina dorsale della nostra economia. Eppure, se è un dato di fatto che l’ossatura della nostra industria poggi su una dimensione micro, è altrettanto vero che la piccola impresa è una caratteristica distintiva anche di economie più solide e più dinamiche della nostra. Basti pensare che negli Stati Uniti sono le aziende con meno di cinque anni a creare tutti i nuovi posti di lavoro. La chiave di volta però non è nella dimensione dell’impresa, ma nella capacità di innovare, ed è da questa che dipende la capacità del nostro Paese di tornare a crescere.  
 
Non facciamoci ingannare dai numeri
 
Nell’ultima classifica Fortune Global 500 sulle più grandi imprese al mondo, l’Italia compare con appena 6 aziende: una situazione che si ripete da sempre, ma è paradossale che in quell’elenco il made in Italy compaia solo grazie a colossi dei servizi. Ci sono Poste, Eni, Enel, Generali, Intesa UniCredit, ma manca tutta la nostra manifattura. Nonostante sia la  seconda per importanza in Europa e sesta nel mondo, e sia il fiore all’occhiello del nostro Paese: basti pensare a marchi come Ferrari, Ferrero, Luxottica, Armani o Dolce&Gabbana. Brand che il mondo intero ci invidia, ma non abbastanza grandi da entrare nel Gotha.  
 
Dobbiamo anche ricordare che il 92% delle imprese italiane attive fattura meno di 50 milioni di euro l’anno – tetto oltre il quale non si è più Pmi – ma sono proprio queste aziende a garantire un impiego all’82% dei lavoratori del nostro Paese. Secondo uno studio di Prometeia, ci sono 5,3 milioni di Pmi con un fatturato aggregato di 2mila miliardi di euro e circa 15 milioni di dipendenti. Per quanto noto, però, il dato più incredibile è quello della Cgia: secondo la confederazione degli artigiani, il 95% di queste imprese è micro, ovvero non arriva a 10 dipendenti e ha un giro d’affari inferiori ai due milioni di euro.   
 
Make America… Small
 
Sono numeri che spesso vengono usati a giustificazione dell’arretratezza del Paese. Eppure ce ne sono altri che suggeriscono una riflessione più articolata. Per esempio, quelli che arrivano dagli Stati Uniti dove le Pmi sono 30 milioni e hanno creato due terzi dei posti di lavoro degli ultimi decenni. Di più: le imprese giovani, come meno di 5 anni, tra il 1995 e il 2007 hanno assunto 3 milioni di persone, mentre secondo i calcoli di uno studio della Kauffman Foundation, le realtà più consolidate ne distruggevano un milione. Dal 1953, con lo Small Business Act di Eisenhower, e per molti anni, gli Usa hanno basato la propria politica industriale sulla protezione delle Pmi consapevoli che i colossi nascono dal nulla. Dieci anni fa Airbnb era una piccola impresa che aveva raccolto 600mila dollari, oggi è valutata oltre 30 miliardi di dollari; 15 anni fa Facebook era una piccola impresa con poco più di un’idea per creare una rete di amici all’Università; a metà anni ‘90 Google e Amazon erano piccole imprese, proprio come Apple e Microsoft quindici anni prima.  
 
È chiaro che questi sono casi rari, e certamente non rappresentativi dei milioni di piccole imprese italiane o anche americane. Ma non è vero che una piccola impresa sia necessariamente una zavorra per la crescita dell’economia. Ci sono piccole imprese che nascono per innovare e diventare grandi, o enormi. E ci sono anche, in Italia come negli Stati Uniti, piccole imprese che restano tali per sempre, ma cambiando e innovando in modi diversi, aumentando gli occupati, la produttività e gli utili, anche se non in modo stellare. Quello che conta davvero, ancora più delle le dimensioni, è la capacità di innovare.
 
Le risorse per innovare? Sono già a disposizione dell’imprenditore  
 
Spesso si confonde l’innovazione con l’invenzione di una rivoluzionaria applicazione basata su complessi algoritmi; molto più spesso è figlia dello sviluppo di un’idea semplice che intercetta i bisogni delle persone o semplifica i processi aziendali. Motivo per cui le maggiori novità arrivano dal nulla. Amancio Ortega, il quarto uomo più ricco al mondo, ha lasciato la scuola a 14 anni, ha fatto il fattorino e con Zara ha inventato un nuovo concetto di moda. Ma restiamo in Italia. Giorgio Armani era un vetrinista della Rinascente, oggi è uno dei più grandi stilisti al mondo a capo di un impero formidabile. Tutti gli imprenditori possono innovare: non importa la loro età e neppure la loro formazione. Come in quel garage di Forlì dove, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, un perito industriale, figlio di un capomastro e di un’operaia, costruisce con l’aiuto di due amici una macchina per potenziare i muscoli. Nasce così, nel 1983, dall’allora 22enne Nerio Alessandri, Technogym, che oggi è quotata in Borsa e conta 2.200 dipendenti sparsi in 14 filiali nel mondo. Anche Davide Ratti ha 22 anni quando, il 17 agosto 2013, scrive la prima riga di codice che diventerà Fattureincloud, una delle startup italiane di maggior successo degli ultimi anni. Ratti, che nel frattempo si è laureato in ingegneria informatica a Bergamo, a 18 anni sviluppava videogiochi e app con una partita Iva e poi una Srl: la sua maggior difficoltà era gestire in maniera semplice e integrata la contabilità. Per farlo ha dato vita a un portale che ha semplificato la vita di 6 milioni di partite Iva italiane.  
 
I piccoli passi dell’innovazione
 
Sono storie eclatanti, ma innovare non è solo dare vita a un mercato che prima non esisteva. Può voler dire anche adottare piccole novità di processo che rendono l’impresa più efficiente o migliorano l’esperienza di acquisto dei clienti. Dall’integrare canali distributivi e di comunicazione alternativi a quelli tradizionali, come e-commerce, m-commerce, marketplace, al semplificare la gestione e la crescita dell’azienda, attraverso l’utilizzo di cloud software per la contabilità, gli incassi e i pagamenti, le paghe, le imposte, il magazzino, la logistica, le consegne. Innovare può anche voler dire semplicemente assumere persone che portino le competenze differenti, necessarie ad aggredire un nuovo mercato o a fare altri cambiamenti.
 
Come dice  Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, nella sua ultima lettera agli azionisti, il segreto del successo di ogni impresa è anche la capacità di “girovagare”. Insomma, basta guardare fuori dalla finestra alla ricerca di ispirazione. Come hanno fatto gli imprenditori italiani del dopoguerra, che erano grandi cacciatori di idee, viaggiatori compulsivi alla scoperta di mercati e prodotti nuovi. Sono nate così l’industria degli elettrodomestici tricolore, i Moon Boot e il modello della grande distribuzione organizzata di Esselunga.  
 
Esiste una finanza anche per gli investimenti intangibili che servono all’innovazione
 
È evidente che senza la finanza è impossibile fare innovazione. Idee, persone, tentativi andati a vuoto, sviluppo di nuovi canali o nuovi prodotti, sono quegli asset intangibili che diventano il vero motore della ricchezza, ma che spesso la finanza tradizionale non supporta, o perché non creano garanzie tradizionali come immobili, capannoni o macchinari, o semplicemente perché sono difficili da capire e valutare.  
Di fatto, assistiamo alla contrazione del credito bancario alle imprese, passato dai 914 miliardi di euro di novembre 2011 ai 668 di aprile 2019 (dati Bankitalia). Ma contemporaneamente le fonti di finanza accessibili alle piccole imprese si stanno diversificando rapidamente, portando le Pmi a dipendere sempre meno dal credito bancario: nell’ultimo Rapporto Cerved leggiamo che per il 59% delle Pmi il canale bancario pesa meno del 10%, mentre il 37% ha una quota di credito bancario tra il 10% e il 50% e solo il 4% è oltre questa soglia. Un’evoluzione legata ai cambiamenti sul mercato degli ultimi 10 anni: oggi esistono moltissime fonti di capitali alternative dal digital lending e factoring (come quelli di Credimi, ad esempio) al crowdfunding, dai minibond al direct lending, dall’AIM al private equity. Potenziali alleati nel percorso di crescita e innovazione di tutte le Pmi. È ancora Cerved a segnalare come “sistemi innovativi Fintech, che consentono alle imprese di liquidare rapidamente le proprie fatture in modalità molto flessibile, possono liberare un importante ammontare di risorse finanziarie”, stimato in 40 miliardi di euro.  
Essere piccoli non è peccato, purché non si rinunci a innovare e a migliorarsi. Oggi lo si può fare anche adottando una serie di servizi –  sia tecnici, che amministrativi che finanziari – accessibili a imprese di ogni dimensione. La parte più difficile del processo, forse, è proprio decidere di innovare.  

mz

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