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ECONOMIA VERONESE | 02 dicembre 2019, 18:27

MES. Sigla, della quale si parla tanto, ma, che, per molti, è mistero.

Da vari mesi, al centro delle discussioni politiche, è l’acronimo MES, che sta per Meccanisamo Europeo di Stabilità, in italiano, European Stability Mechanism, in inglese e, ancora, in altri termini, “fondo salva-Stati”. Non si tratta d’una novità, ma di un’istituzione europea, con sede nel Principato di Lussenburgo, attiva dal settembre 2012 e formata dai rappresentanti della pubblica finanza dei diciannove Paesi dell’Eurozona. Il MES – che dispone di un fondo di oltre 700 miliardi di euro – fu costituito, per fare fronte a possibili difficoltà finaziarie, dovute ad insostenibile debito pubblico e relative conseguenze (per esempio: speculazioni sui bot, situazione economica critica, garanzie sulle giacenze in conto corrente), in cui si fossero venuti a trovare, come si sono trovati – ed ora, salvo uno, in buona situazione – Stati dell’Unione Europea, ovviamente, sempre di zona euro. Sono previsti, come fa comprendere una delle denominazioni sopra citate, anche interventi a favore di banche. Ogni Paese aderente ha, in parte, garantito, intervenendo, ove sia richiesto, e in parte ha già versato, un proprio importo. L’Italia, in tal senso, viene, al terzo posto, dopo Germania e Francia, con oltre il 17% del totale, avendo versato oltre 14 miliardi. Sino ad ora, sono stati aiutati e salvati dal MES, soprattutto con prestiti a tasso ridotto e da restituire, Cipro, Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna. Il MES concede crediti solo a Stati ad economia sana, o, comunque, in base a recentissima riforma, che deve essere approvata entro il dicembre in corso, dai diciannove parlamenti nazionali europei, a Stati, con debito oltre il 60% del Pil, ma, che, nei due anni precedenti alla richiesta di credito, abbiano registrato, un deficit non superiore al 3% del Pil, garantendo, al tempo, una riduzione del proprio debito pubblico di 1/20 l’anno a venire e la messa in atto di produttive riforme, sia struttrali, che finanziarie, atte a sanare la propria situazione. Ove tali riforme non venissero realizzate, a danno dei propri conti, potrà essere richiesta la ristrutturazione del debito. Ciò, per garantire la stabilità del Paese in oggetto e dell’area euro stessa. Tuttavia, quanto all’Italia, il pericolo consiste nel fatto che, in assenza di richiesta, da parte del MES, di ristrutturazione – non prevista, del resto – si sia costretti ad alzare il tasso di remunerazione, sulle nuove, future Bot-emissioni, misurato, come è noto, attraverso il noto spread, con i pure noti danni per economia e finanza. Pierantonio Braggio

MES. Sigla, della quale si parla tanto, ma, che, per molti, è mistero.

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