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ECONOMIA VERONESE | 04 giugno 2019, 22:55

Uno spread accettabile? Dovrebbe aggirarsi, al massimo, a 120 punti in meno rispetto l’attuale.

In un momento difficile per l’economia – quali sono stati i momenti non difficili, per l’economia italiana? – torna, sempre più spesso, sulla bocca di tutti, la voce “spread”. Ossia, la percentuale di differenza, fra il rendimento del Bund (o, in Italia, BTP) tedesco, a dieci anni, e quello italiano. Tedesco, non a caso, essendo le emissioni tedesche di debito pubblico considerate, fra quelle dell’eurozona, le più sicure.

Uno spread accettabile?                                                                                                  Dovrebbe aggirarsi, al massimo, a 120 punti in meno rispetto l’attuale.

Ossia, si tratta del debito di uno Stato, che, per stabilità politica, almeno sinora, e per solidità economica, ha dato e dà le maggiori garanzie di pagare, sino alla scadenza, d’un proprio titolo, i relativi interessi, e di rimborsare il titolo stesso, alla scadenza prefissata, all’atto dell’emissione. Gli attuali 280 punti dello spread italiano – per i Bund non c’è e, abbiamo visto, non occorre spread – sono fuori regola, troppo costosi, per la nostra economia, che viaggerebbe bene, invece, con uno spread, che non superasse di molto l’1%, ossia, in altri termini, 100 punti. In merito, va ricordato che oggi, la Germania, punto di riferimento, appunto, per il calcolo dello spread, non remunera per nulla i suoi Bund, contenti di ciò essendo i suoi investitori, non solo privati cittadini, di avere, nei Bund, qualcosa di sicuro e di trasformabile, con certezza, in liquidità, in ogni momento. Cento punti di spread – magari, fosse così – dicevamo, non prestabiliti da alcuno, ma, derivanti esclusivamente dal complesso domanda-offerta, acquisti-vendite, su un determinato BTP, che avvengono, in una giornata, sul mercato secondario o borsa. Numerose, consistenti vendite – anche se non sempre, segno di sfiducia – fanno alzare lo spread, mentre numerosi, consistenti acquisti – anche se non sempre, segno di fiducia – lo fanno abbassare. Da ricordare, quindi: oggi, un titolo ad alto tasso, può essere pericoloso… Attualmente, non siamo sui 100 punti o, solo un po’ oltre – magari, fosse così – perché troppo alto è il debito pubblico, a oltre 2370 mld, che lo Stato deve ai prenditori-creditori, cui s’aggiungono circa 70 mld l’anno di interessi, da versare ai detentori di BTP. Un conto pesante, che si eliminerebbe, sia pure lentamente, se si potesse contare su una crescita economica (Pil), che tarda a farsi rilevare e che nemmeno si lascia prevedere, mentre, al tutto, s’aggiunge un deficit (differenza fra le entrate e le uscite annuali dello Stato e dei diversi Enti) superiore al 2,04%. Ora, non si tratta di considerare alto o troppo alto l’importo del nostro debito pubblico – “nostro”, per così dire, perché esso è la causa di misure, non poste in atto da cittadini, ma, da politiche miranti ad ottenimento di consenso, e quindi, improduttive, di governi del passato – ma, di valutarne la “sostenibilità”, ossia, se si potrà pagarne gli interessi, di rimborsare i titoli in scadenza e di rinnovarli, con nuove emissioni, destinare a pagare stipendi pubblici, pensioni, sanità ed infrastrutture… Chiaro è che per rinnovare il debito in scadenza, occorre trovare i compratori delle nuove emissioni. Con riferimento a ciò, deriva la domanda, non solo italiana, ma anche dall’estero – creatrice di timori: “fino a quando, gli investitori avranno fiducia nel debito italiano e, quindi, acquisteranno nuove emissioni, permettendo il rinnovo di quelle venute a scadenza”? Si parla di “sostenibilità” del debito e dei suoi interessi, ma, chi la garantisce – non bastano le rassicurazioni – se non c’è crescita economica e, quindi, creazione di un robusto Pil, attraverso il quale potere tagliare il debito? I BTP o Bot sono giornalmente ed ufficialmente scambiati e vengono valutati da mercati, borse, operatori ed investitori, che vivono di realtà, ma, anche di emozioni, di voci, di serpeggianti considerazioni, e, pure, di momenti di fiducia e di panico. Se tali voci, fossero, ad un certo momento, prendessero una piega negativa e costante e coinvolgessero, per disgrazia, anche solo parte degli investitori esteri – che posseggono il 27% dei nostri Bot, o solo parte degli investitori italiani – detentori di circa il 35% dei nostri Bot, e si giungesse, speriamo fortemente il contrario, ad un’ammucchiata di vendite… Quando, quindi, Bruxelles si dice preoccupata per il debito pubblico italiano, non lo è per caso. Lo è per il bene dell’Italia, ma, anche perché una buona parte di esso giace pure nelle casse di varie banche europee, ovviamente, investitori, che verrebbero coinvolte dal problema italiano. Che va, comunque, risolto. Cerchiamo, quindi, di fare bene i conti, di risparmiare, di eseguire riforme, da decenni raccomandateci e realizzate in altri Paesi, nonché attivatrici dell’economia, perché solo con un’economia sana e con una politica legata alla realtà, priva di litigi, quindi, ma, anche, di acerbe e noiose critiche, non sempre costruttive, potremo sperare in un miglioramento della situazione, creando le basi per maggiori produttività e competitività – per vendere, non basta la qualità, ma, occorre anche il buon prezzo – nonché, per un buon consumo interno, segno di benessere, per i cittadini. L’Italia, comunque, grande Paese, non può dimenticare, come cennato, che un debito pubblico pesante, pur ereditato, purtroppo, se è danno per se stessa, è pesante preoccupazione, anche per altri Paesi membri dell’Unione Europea. Debito, i cui effetti non si eliminano, né con svalutazioni, sempre inutili e dannose, né con nuova imposizione fiscale, perché questa paralizza l’economia, ma, unicamente, con maggiore, costante crescita e con risparmio pubblico. Un debito pubblico contenuto, permette costanti nuovi investimenti e, quindi, migliore, vivace congiuntura e, dunque, lavoro e benessere. In attesa di trovare soluzioni, per una forte riduzione dell’imposizione fiscale – fattore del quale, oggi, sentiamo, molto positivamente parlare, sebbene la cosa non sia semplice – eliminiamo, almeno, parte della soffocante burocrazia. Nota: la voce “Bund” significa, in tedesco, federazione, come Federazione (di Länder o di Regioni, in italiano) è l’attuale Repubblica di Germania, ufficialmente denominata “Bundesrepublik” o Repubblica Federale di Germania. Bund, dunque, è l’abbreviazione del termine “Bundesanleihen”, che significa, appunto, Titoli di Stato della Federazione (tedesca). Praticamente: Bund corrisponde alla generalizzante voce Bot.

Pierantonio Braggio


Pierantonio Braggio

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