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ECONOMIA VERONESE | mercoledì 01 agosto 2018, 08:40

Cultura del paesaggio e profitto economico: valori e criticità nella candidatura delle Colline del Prosecco a Patrimonio Mondiale dell’Umanità

Nelle ultime settimane si è molto discusso, non senza accenni polemici, sia a livello locale che nazionale, sul responso negativo arrivato dall’UNESCO in merito alla candidatura delle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene per diventare Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

Cultura del paesaggio e profitto economico: valori e criticità nella candidatura delle Colline del Prosecco a Patrimonio Mondiale dell’Umanità

Essere inseriti nella World Heritage List è unanimemente considerato un valore. La certificazione diversifica un luogo, innalzandolo rispetto ad altri; promuove un’identità locale attraverso un riconoscimento internazionale. Non si tratta solo di valore culturale: il ‘salto di fama’ ha ricadute sul mercato ed è da molti ritenuto un importante volano per l’economia. Anche per questo, lo stop imposto dal Comitato del Patrimonio Mondiale è apparso particolarmente negativo ed è sfociato in commenti che sono arrivati a chiamare in causa presunte avversioni internazionali verso l’Italia e i suoi prodotti tipici  - in giorni in cui si è alzato l’allarme per una possibile penalizzazione da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di alcune eccellenze agroalimentari nazionali troppo ricche di sali, zuccheri e grassi - e che spesso hanno messo a confronto il fatturato del Prosecco con quello, di gran lunga inferiore, di altri vini prodotti in aree vitivinicole inserite nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Per poter commentare in modo adeguato, bisogna prima conoscere ciò di cui si parla. L’UNESCO prevede infatti una procedura complessa, articolata e piuttosto rigida, non sempre trasparente, con passaggi gerarchici che partono dalla proposta locale (è all’interno di una comunità che nasce il riconoscimento dell’eccezionale valore di un bene), passano poi per l’approvazione nazionale (i Ministeri competenti, in accordo con la Commissione Nazionale UNESCO, iscrivono il bene in una Lista Propositiva e poi lo segnalano all’UNESCO) e infine si chiudono con un verdetto internazionale emesso dal Comitato del Patrimonio Mondiale.

Ricostruiamo allora le tappe della candidatura delle Colline del Prosecco, basandoci sulle fonti ufficiali, prima di proporre alcune osservazioni.

 

L’idea della candidatura

Tutto ha avuto inizio nel 2008 quando il Consorzio di tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG, l’ente che riunisce viticoltori, vinificatori e imbottigliatori, ha dato avvio al procedimento, consapevole del valore dell’area e del suo prodotto più tipico. Elemento ispiratore dell’ipotesi di candidatura UNESCO – fortemente sostenuta, anche economicamente, dalla Regione Veneto - è stato il paesaggio, inteso non come bel panorama, ma come l’insieme delle capacità della popolazione di migliorare i luoghi in forme armoniche, realizzando il benessere collettivo e rafforzando la comune identità: una prospettiva in linea con alcuni temi portanti della filosofia dell’UNESCO.

La proposta è stata inoltrata a Roma agli organi nazionali competenti, chiedendo l’iscrizione nella Lista Propositiva Italiana, quell’elenco provvisorio – periodicamente aggiornato – in cui sono indicati i beni che presentano elementi di eccezionalità per cui lo Stato auspica il riconoscimento internazionale. La domanda, predisposta secondo un modello standard, unico per tutte le nazioni firmatarie della Convenzione UNESCO del 1972, è stata corredata da una documentazione adatta a consentire la valutazione.

 

L’iscrizione nella Lista Propositiva è avvenuta nell’autunno 2010 sotto la titolatura “Le colline del Prosecco di Conegliano e  Valdobbiadene”.  Essere inseriti nell’elenco non ha significato automaticamente venire indicati all’UNESCO per confrontarsi con competitors stranieri, ha rappresentato comunque la condizione preliminare, necessaria per l’avvio dell’iter di candidatura. E’ da questa Lista, infatti, che ogni anno la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO seleziona i beni da presentare per la sfida mondiale. Ancora assenti nell’elenco portato dall’Italia alla sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale a Brasilia a fine luglio 2010, le colline del Prosecco vengono aggiunte ufficialmente il 5 ottobre 2010 e compaiono poi sempre nei documenti successivi.  Appartengono alle eccellenze italiane ritenute meritevoli di riconoscimento internazionale. Ma insieme a molte altre. Serve fare un passaggio ulteriore, cioè fare in modo che la Commissione Italiana per l’UNESCO selezioni il sito e lo metta sul tavolo internazionale per chiederne valutazione e riconoscimento.

Proprio a questo fine, sulla base dei riscontri positivi avuti in sede ministeriale, nel 2014 si è costituita l’Associazione Temporanea di Scopo “Colline di Conegliano Valdobbiadene Patrimonio dell’Umanità” che, attraverso il suo Comitato scientifico - inizialmente coordinato dall’arch. Pietro Laureano e successivamente guidato dal prof. Amerigo Restucci – ha cominciato a predisporre un articolato dossier lavorando in collaborazione con gli Uffici romani preposti.

 

La competizione internazionale

All’inizio del 2017, dopo la firma del dossier da parte del Ministro delle Politiche Agricole (all’epoca l’on. Maurizio Martina), la Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO ha ‘prelevato’ il sito veneto dalla Lista Propositiva e lo ha ufficialmente candidato come campione italiano, dando il via alla fase sopranazionale dell’iter. Il dossier, redatto sulla base delle regole UNESCO, è diventato lo strumento-chiave con cui giocare la partita internazionale. Per essere inserito nella World Heritage List, ogni bene deve infatti rispondere a più caratteristiche, esplicitate nella normativa del Comitato del Patrimonio Mondiale.

Proprio il Comitato del Patrimonio Mondiale diventa a questo punto determinante. Composto da 21 membri - periodicamente rinnovati ed eletti a rotazione, con un meccanismo complesso che mira a garantire equa rappresentatività ai diversi paesi – è l’organismo responsabile dell’annuale inserimento dei beni ritenuti degni di essere aggiunti alla Lista del Patrimonio Mondiale in quanto integri, autentici, dotati di eccezionale valore universale e rispondenti ad alcuni criteri specifici.

Il gruppo di lavoro veneto ha scelto di proporre le colline del Prosecco come ‘sito culturale’ (sulla base dell’art. 1 della Convenzione UNESCO del 1972) e, più in particolare, come ‘paesaggio culturale’ (sulla base del par. 47 delle Linee Guida applicative della stessa Convenzione), una categoria che comprende siti originati dalla attività combinata dell’uomo e della natura, in cui gli insediamenti e le attività umane valorizzano i caratteri naturali spontanei.

Nel corposo documento di presentazione gli esperti veneti hanno descritto storia, sviluppo e tipicità dei luoghi, individuando i fattori di eccellenza di un’area spalmata su molti comuni: 15 interamente o parzialmente all'interno dei confini del sito proposto, più altri 6 situati esclusivamente nella zona cuscinetto. Ne hanno argomentato integrità e autenticità, hanno comparato il sito con altri e ne hanno mostrato i valori, selezionando due criteri specifici fra quelli indicati dall’UNESCO. Dopo aver illustrato i diversi fattori che impattano sul sito (urbanizzazione, clima, turismo etc.) hanno spiegato gli strumenti predisposti e le azioni messe in atto per proteggere, conservare, gestire e monitorare i luoghi, con attenzione costante a mostrare quell’outstanding universal value che rappresenta il cuore della richiesta di riconoscimento perché è proprio e solo l’eccezionale valore universale che differenzia ed eleva un sito UNESCO rispetto agli altri.

 

Il dossier, inviato a Parigi per il tramite del Ministero a fine gennaio 2017, è stato subito passato all’ICOMOS (International Council on Monuments and Sites), cioè l’organo consultivo che fornisce supporto al Comitato del Patrimonio Mondiale per quanto concerne i beni culturali.  L’ICOMOS ha valutato il fascicolo, sia attraverso il suo Comitato Scientifico Internazionale sia con l’ausilio di esperti indipendenti, poi ha mandato propri ispettori ad effettuare un sopralluogo. Durante la missione in loco, svoltasi fra il 2 e l’8 ottobre 2017, le contestazioni degli ambientalisti hanno aperto un nuovo fronte di discussione e si sono materializzate in una specie di contro-dossier focalizzato sulle ‘colline dei pesticidi’, puntando il dito contro i danni derivanti dalla monocoltura, contro il consumo di suolo, l’uso di sostanze tossiche, le molte speculazioni.

 

La valutazione

L’esito del sopralluogo degli ispettori ICOMOS è stato condensato in una relazione estremamente critica, inviata alle autorità italiane nel gennaio 2018, con osservazioni e richieste di spiegazione relative allo sviluppo storico del sito, alla motivazione del suo eccezionale valore universale e all’analisi comparativa con altri beni similari. Per questo è stata predisposta una integrazione – sempre realizzata dal gruppo di esperti incaricati del dossier – al fine di fornire i dati richiesti, oltre ad alcuni approfondimenti e aggiornamenti.

Pur con tali aggiustamenti, la valutazione tecnica finale dell’ICOMOS, approvata il 14 marzo 2018 e discussa poi formalmente in estate dal Comitato del Patrimonio Mondiale per giungere al verdetto, è stata negativa. Ha contestato in primo luogo l’eccezionale valore universale del bene.  Il gruppo di lavoro italiano lo aveva argomentato affrontando il concetto da varie angolazioni. L’ICOMOS, pur apprezzando sia il lavoro di redazione del fascicolo di candidatura (ben presentato, con materiale illustrativo chiaro e pertinente) sia il lavoro svolto per produrre informazioni aggiuntive a quelle iniziali, non ha ravvisato motivi sufficienti per considerare le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene patrimonio universale. Paesaggio affascinante sì, ma non unico nel suo genere, quindi non meritevole di entrare a far parte di quella ‘geografia del superlativo’ che caratterizza la Lista UNESCO.

Il parere – solo consultivo, ma importantissimo – dell’ICOMOS non è generico, né sintetico; è formulato discutendo punto per punto le motivazioni italiane. Vediamo alcune criticità segnalate in modo netto.

Una delle più importanti riguarda il modo in cui è stata condotta l’analisi comparativa,  un aspetto determinante per l’UNESCO, per dimostrare l’unicità del bene sulla base del raffronto con luoghi analoghi, e sul quale non di rado anche altri siti – ad esempio la città di Verona, che in questo e in altri passaggi del dossier presenta molte analogie nelle manchevolezze rimarcate dall’UNESCO  - hanno incontrato difficoltà e ostacoli al momento della candidatura.

L’ICOMOS contesta l’approccio e la logica che sottostanno all’analisi comparativa italiana che, seppur svolta con metodologia valida, è ritenuta inadeguata e incompleta negli attributi scelti: sottolinea ad esempio l’inutilità di confronti con paesaggi culturali collinari privi di  vigneti, dato che ci sono abbastanza vigneti nel mondo per poter trovare buoni esempi comparativi (e lamenta che poi, nell’integrazione, i parametri usati per il confronto non siano relativi ai valori identificati nel fascicolo di candidatura, ma vadano a toccare un nuovo insieme di qualità),  oppure segnala come la Denominazione di Origine Controllata sia  utilizzata come carattere principale, ma senza mai includere una tabella con aree del mondo riconosciute DOC.

Con una serie di marcature puntuali, in buona sostanza ritiene che la maggior parte degli aspetti che il dossier veneto mostra come specifici, unici o eccezionali (come l'antropizzazione di un ambiante naturale aspro, la presenza di un distretto dell'innovazione tecnologica e scientifica, o la formazione di un paesaggio bio-culturale) siano le medesime caratteristiche che contraddistinguono numerose altre aree viticole in Italia e nel mondo. Onestamente l’ICOMOS riconosce come oggi sia sempre più difficile trovare, soprattutto in Europa, ulteriori paesaggi culturali legati alla produzione vitivinicola dotati di eccezionale valore universale, dato che i loro attributi peculiari sono già stati riconosciuti in siti presenti nella Lista del Patrimonio Mondiale. La vicenda delle colline del Prosecco lo dimostra, poiché molti valori considerati eccezionali nel dossier di nomina sono in realtà comuni alla maggior parte dei vigneti europei già iscritti nella Lista. Come dire, siamo arrivati tardi.

 

Un’altra contestazione riguarda l'influenza esercitata dalla scuola enologica di Conegliano che l’ICOMOS ritiene sopravvalutata, in quanto non ha innovato, ma piuttosto si è inserita in un movimento generale che ha investito tutta l’Italia e l’Europa. Se è indubbio che essa abbia contribuito a migliorare la viticoltura locale e ne abbia decretato il successo, la sua ‘influenza mondiale’ è considerata sovrastimata, al pari del ruolo avuto dalla migrazione dei lavoratori della regione del Prosecco e alla loro importanza nel quadro della viticoltura mondiale.

 

 

Parlando di lavoro, un’ulteriore obiezione arriva a proposito del ‘rinascimento’ dell’area, sottolineato dai redattori del dossier mostrando il tenace impegno dei piccoli produttori (oggi più di 3000) che hanno saputo valorizzare una terra difficile. L’ICOMOS riconosce lo sviluppo di un'economia rurale di successo, ma lo considera molto recente, con una produzione che dà alto rendimento ad un costo relativamente basso,  e meno rappresentativo rispetto a quello di altri paesaggi vitivinicoli italiani (cita ad esempio il Piemonte). Inoltre puntualizza che i motivi per cui un paesaggio va considerato ‘eccezionale’ dipende dalle sue caratteristiche e non dal prodotto che deriva da quel paesaggio attraverso processi produttivi o agricoli. E’ indubbio che la qualità del vino generato possa dimostrare i pregi del luogo e i valori della sua comunità, tuttavia non rappresenta la cifra caratterizzante nella logica del ‘paesaggio culturale’ com’è inteso dall’UNESCO.  Quando i tecnici ICOMOS scrivono infatti che “il più ampio paesaggio viticolo del Prosecco DOC ha visto negli ultimi tempi un drammatico aumento della sua area di produzione” (pur con la precisazione che nell’area DOCG candidata all’UNESCO  la crescita dei vigneti è stata più moderata), usando l’aggettivo ‘drammatico’ lasciano intendere in modo inequivocabile che non stanno valutando positivamente quello sviluppo. Insomma, laddove la proposta veneta punta più convintamente sul vino che sul paesaggio culturale – con quel che ne consegue in termini ambientali, oltre che economici  - lo fa in modo maldestro. Ha in mano una carta vincente, ma la cala sul tavolo da gioco sbagliato.

 

Merita un’ultima notazione anche il problema dei criteri. Chi candida un sito a diventare Patrimonio dell’Umanità deve infatti indicare – scegliendo da un elenco di 10 voci – per quali ‘criteri di valore’ chiede la certificazione UNESCO. Il bene, una volta approvato, viene poi iscritto proprio sulla base di tali criteri e il loro numero complessivo spesso finisce per rappresentare, in misura indiretta e sintetica, la prova delle qualità del bene. Nel Veneto, ad esempio, a Venezia e alla sua laguna sono stati riconosciuti tutti i 6 criteri all’epoca (era il 1987) individuati dall’UNESCO per i beni culturali.  

I redattori del dossier sulle colline di Conegliano e Valdobbiadene hanno puntato su due criteri: il n. 4 (“Costituire un esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico o di un paesaggio che illustri uno o più significative fasi nella storia umana”) e il n. 5 (“Essere un esempio eccezionale di un insediamento umano tradizionale, dell’utilizzo di risorse territoriali o marine, rappresentativo di una cultura  - o più culture -  o dell’interazione dell’uomo con l’ambiente, soprattutto quando lo stesso è divenuto vulnerabile per effetto di trasformazioni irreversibili”).

Entrambi sono contestati dall’ICOMOS e ritenuti non giustificati.

Quanto al criterio n. 4 l’ICOMOS  ritiene che il cosiddetto approccio ‘bottom-up’ delle comunità in risposta alle condizioni di povertà, in una regione caratterizzata dalla parcellizzazione del territorio e dalla presenza di molti piccoli produttori, sia simile in molti vigneti europei.  Il modello ‘di riscatto’ dell’area del  Prosecco (dalla povertà del passato al successo di oggi) non può essere dunque considerato eccezionale. Non solo è il medesimo riscontrabile tra le comunità insediate in numerose aree vitivinicole importanti, ma ha anche generato prosperità collettiva solo dopo la seconda guerra mondiale, quindi in un periodo relativamente tardo rispetto ad altre zone interessate più precocemente dallo stesso fenomeno di redenzione della popolazione contadina.

Analogamente, per il criterio n. 5 l’ICOMOS contesta l'affermazione che il paesaggio bio-culturale delle colline sia il risultato di un formidabile progresso millenario di trasformazione e adattamento, come pure contesta l’attributo di eccezionalità per la produzione realizzata a mano, ricordando che in tutte le zone vinicole più rinomate (cita ad esempio le francesi Médoc e Champagne, e le italiane Barolo e Montalcino) il raccolto è sempre manuale, metodo peraltro obbligatorio in molte denominazioni DOCG.

Infine una partentesi artistica. L’ICOMOS ritiene infatti che siano stati forniti pochi dati a sostegno della dichiarazione che il paesaggio collinare ha ispirato molti artisti veneziani del Rinascimento (Bellini, Cima da Conegliano, Giorgione e Tiziano) e che alcune vedute da loro inserite nei dipinti sono rimaste invariate nel tempo, a differenza di quanto accade per altri siti italiani, come il paesaggio viticolo piemontese di Langhe- Roero e Monferrato, che presenta esempi di rappresentazioni più evocative, oppure come quello della Val d'Orcia, prototipo del paesaggio rinascimentale immortalato in opere famose.

 

Insomma – senza continuare con ulteriori puntualizzazioni critiche, che pure sono fatte su altri aspetti, e che meritano riflessioni specifiche – già da quanto detto appare chiaro che,  pur evidenziando la bellezza del territorio ed alcuni suoi dati di pregio sia storici che gestionali, l’ICOMOS non riconosce alle colline del Prosecco quegli elementi di eccezionalità che ne possono motivare l’inserimento della golden list dell’UNESCO.

 

 

Il rinvio

La candidatura arriva dunque a fine giugno 2018 al Comitato del Patrimonio Mondiale riunito per la 42° sessione a Manama, in Bahrain sul Golfo Persico, con poche speranze di farcela.  L’Italia presenta due proposte di siti culturali: le colline venete e la città industriale di Ivrea.

Dopo le riserve espresse dall’ICOMOS, la delegazione guidata dal sottosegretario agli Affari Esteri Guglielmo Picchi e dall'ambasciatore Vincenza Lomonaco, che è rappresentante permanente dell'Italia presso l'UNESCO, si trova di fronte un percorso in salita per il sito trevigiano. E quando si arriva alla votazione, il Comitato iscrive Ivrea come città ideale della rivoluzione industriale del Novecento - che diventa il 54° sito italiano della Lista e conferma il nostro Paese come capofila per beni inseriti - ma rimanda la candidatura veneta. Servono 14 voti favorevoli tra i 21 membri del Comitato, ne arrivano solo 12 e così l’organo decisionale rinvia: “refers the nomination back to the State Party”. Brutto responso, ma non bruttissimo. Soprattutto non definitivo.

 

Qui serve una precisazione sui termini. Nel suo giudizio finale il Comitato, supportato dal parere tecnico degli organi consultivi, ha tre possibilità: o decide l’iscrizione, o la differisce (chiedendo dei supplementi di documentazione o proponendo modifiche) o la rifiuta. Per la candidatura veneta sceglie la soluzione intermedia: rinvia e sollecita ad operare in tre direzioni: 1) ridefinirla, rifocalizzando soprattutto l’eccezionale valore universale relativo ai criteri prescelti; 2) migliorare confini e zona cuscinetto (l’ICOMOS aveva proposto un leggero aggiustamento per garantire una protezione più efficace); 3) completare il processo di adozione della nuova norma urbanistica regionale, il cosiddetto  Regolamento tecnico – Articolo Unico approvato nel gennaio 2018.

Il Comitato sottolinea che lo stato generale di conservazione del sito è adeguato e che le misure di conservazione adottate risultano generalmente efficaci; analogamente i suoi sistemi di monitoraggio e gestione sono ben concepiti e strutturati. Loda l’Italia per il processo di governance messo in atto e per l'impegno espresso dalle autorità territoriali competenti al fine di  aumentare la cooperazione per la valorizzazione, la protezione e la conservazione del bene. Infine raccomanda di attuare quanto indicato, suggerendo di dialogare con l’ICOMOS.

Molti complimenti, ma il succo di tutto sta nel rinvio “affinché l’Italia possa rappresentare al meglio le caratteristiche di questo patrimonio e completare il processo di attuazione delle specifiche misure di tutela, già avviato con la candidatura”. Il rinvio non è un responso raro, anzi appare piuttosto frequente nelle procedure UNESCO. Per fare solo due esempi similari (uno per tipologia, l’altro per localizzazione) sia il paesaggio vitivinicolo di Langhe-Roero e Monferrato, iscritto nel 2014, sia la città di Verona, iscritta nel 2000, l’avevano subito.

 

Tutto da rifare, allora? Dieci anni di lavoro e oltre un milione di euro (questo l’ordine di grandezza stimato) buttati via? Evidentemente no. Come appare chiaro, si tratta non di una bocciatura ma – per mantenere il riferimento al lessico scolastico – di una sospensione del giudizio: il sito deve ‘studiare ancora’, deve approfondire alcuni aspetti, viene rimandato ad un esame successivo. Se adotterà le raccomandazioni richieste, potrà superare l’esame a pieni voti ed essere promosso all’iscrizione nella World Heritage List.

La faticosa marcia di avvicinamento non è finita, bisogna rivedere la mappa del cammino, individuare qualche sentiero nuovo, e cambiare passo nei tratti più critici del percorso.

 

 

I problemi aperti

Ciò che appare più urgente adesso è chiudere le sterili polemiche sulla votazione nel Comitato, finirla con inutili accuse verso i rappresentanti di nazioni ‘nemiche’ che hanno votato contro, come la Spagna, la Norvegia o l’ Australia. Considerazioni che appaiono in alcuni casi verosimili – difficile pensare che nell’opposizione australiana non influisca lo scontro in atto con l’Italia da parte di una Nazione che produce un suo Prosecco e non vuole rinunciare al nome – tenuto conto che tutta la procedura UNESCO, sotto una superficie di trasparente democraticità, nasconde interessi, pressioni economiche, spinte politiche.  Ma considerazioni inefficaci ai fini del raggiungimento della meta, al pari di quelle che denunciano possibili diffidenze del Comitato verso il nostro Paese che, avendo oggi il primato mondiale dei siti riconosciuti dall’UNESCO, sconterebbe preventivamente un giudizio critico sui nuovi dossier di candidatura.

La delusione ci sta, la rabbia (parola tanto sbagliata quanto abusata in comunicati stampa, interviste e commenti giornalistici) no. Così come è sbagliato, prima ancora che inutile, parlare di ingiustizia o di tradimento dell’Europa.

 

Sarebbe opportuno anche silenziare le roboanti dichiarazioni sul record di litri di Prosecco esportati (rimarcando ancora una volta il valore economico) con annessa polemica nei confronti dello Champagne che vende la metà, ma la cui regione è dal 2015 Patrimonio UNESCO. Dati veri, ma che si rivelano trionfalismi controproducenti, oltre che fuori tema, col rischio di rafforzare l’idea del Prosecco come unico motore della Marca e di far percepire l’aspirazione a entrare a far parte della World Heritage List solo come ‘voglia di brand’, come desiderio di un logo prestigioso da aggiungere all’etichetta sulla bottiglia, magari per alzarne il prezzo. Una sorta di marchio culturale-internazionale inseguito con l’idea sottintesa di nobilitare il vero marchio commerciale-locale. Proprio il troppo recente successo del Prosecco rischia di far dubitare del pregio storico del paesaggio culturale trevigiano, che è invece la cifra di valore che interessa all’UNESCO.

Se davvero si crede nel valore del paesaggio culturale delle colline, se davvero di vuole la medaglia UNESCO per esaltare i tanti valori non – o non solo – economici di quel patrimonio, appare doveroso impegnarsi adesso in tre direzioni principali: sul versante tecnico con la sistemazione del dossier, sul versante sociale con il coinvolgimento di nuovi soggetti, sul versante politico-diplomatico con la paziente tessitura di relazioni ampie.

 

Partiamo dal versante tecnico. Ripresentando la candidatura (forse già per sottoporla alla prossima valutazione del Comitato che si riunirà Baku, in Azerbaijan, nel 2019) è fondamentale in primo luogo chiedersi perché si desideri davvero il riconoscimento, lasciando in second’ordine i possibili vantaggi economici derivanti dal brand, le cui ricadute effettive sono peraltro incerte, come dimostrano le ormai numerose ricerche in questo settore. Non si può eludere la domanda chiave: per quali motivi le colline del Prosecco sono uniche ed eccezionali al punto da dover essere conservate come tesoro (protetto e vivo) per le generazioni future? Per quali motivi (i famosi ‘criteri’ UNESCO) questo paesaggio è un bene universale, cioè di una comunità allargata – a diverse scale: da quella locale-trevigiana, a quella nazionale-italiana, a quella mondiale-UNESCO – di cui tutti sono parte e la cui tutela dipende da tutti e da ciascuno?

Le risposte a queste domande orienteranno i veri valori da riversare nel nuovo dossier, sforzandosi di osservare il paesaggio con quello che Tomaso Montanari definisce uno sguardo ‘felicemente presbite’, libero dalle angustie del presente e capace di guardare lontano, sia dentro le pieghe del passato, sia verso orizzonti futuri. I valori riconosciuti andranno a rettificare le imprecisioni e a colmare le lacune segnalate dall’ICOMOS – debolezze vere, non pregiudizialmente inventate da osservatori nemici - ma serviranno anche a rafforzare gli elementi positivi che lo stesso ICOMOS ha sottolineato come punti di forza (pensiamo ad esempio alla puntualizzazione sugli aspetti scenici del paesaggio) e daranno  spazio a nuove aperture e nuove proposte, ne segnaliamo una per tutte: un turismo davvero ‘culturale’ e davvero ‘sostenibile’, con attenzione alle generazioni più giovani.

 

Versante sociale. Qui la parola chiave è coinvolgimento, il che non significa solo rafforzare le capacità di coordinamento degli attori istituzionali locali e dei portatori d’interesse già inseriti nella proposta, ma deve diventare apertura di dialogo con le associazioni ambientaliste e con la popolazione.  Si è parlato di ricerche di opinione (come l’indagine SWG del settembre 2017) da cui emergerebbe l’adesione convinta dei residenti nell’area di Conegliano Valdobbiadene, fiduciosi nelle ricadute positive sul territorio. E’ un dato di partenza interessante, su cui lavorare ancora. In troppi siti UNESCO la procedura avanza in sordina, portata avanti da pochi e contestata da pochi altri, senza diventare l’occasione per un progetto territorialmente condiviso, senza rinforzare la consapevolezza dei residenti nei confronti del loro patrimonio. Allargare modi e strumenti pubblici di informazione e riflessione sul significato del riconoscimento UNESCO e sulle sue implicazioni (perché – quando arriva – la nomina non è solo un traguardo, diventa una linea di ripartenza con vincoli da rispettare), impone di dar voce a tutte le idee e a tutte le obiezioni, anche alle critiche più aspre, perché solo ascoltando e decidendo insieme oggi si può arrivare ad una piattaforma negoziata che non produrrà scontri domani.  Il confronto aperto, secondo le migliori forme della democrazia partecipata, è uno strumento imprescindibile per la promozione dei valori UNESCO e impone di non restare sordi alle contestazioni a proposito degli sbancamenti collinari o dell’uso di pesticidi – temi fortemente sentiti dalla popolazione – ma far tesoro delle proposte di tutti per trovare risposte condivise. Non è ozioso ricordare che essere UNESCO implica dei doveri non solo verso i luoghi, ma anche verso le persone che quei luoghi abitano, verso gli antenati che hanno lasciato loro quest’eredità e verso le generazioni future cui essi devono tramandarla non sfigurata né imbalsamata, ma integra e viva.

Infine il versante politico-diplomatico, quello meno evidente, il livello più nascosto ma più solido. Un po’ come le fondamenta di una casa: non si vedono, ma tangono in piedi tutta la struttura.  Anche qui diventa necessario chiedere, informare, ascoltare, coinvolgere e soprattutto convincere, impegnandosi a tessere relazioni costanti e larghe a livello internazionale, non unidirezionali e oppositive ma con una ‘strategia a ragno’ perché tutto il processo di nomina si nutre di questo. Tra le diverse collaborazioni, l’apertura di un canale privilegiato con l’ICOMOS pare imprescindibile. Se sinergia c’è stata tra amministrazioni locali e centrali, tra enti pubblici e organizzazioni imprenditoriali, tra mondo dell’accademia e della scienza, tale cooperazione operativa deve ora coinvolgere di più e meglio questo Consiglio Internazionale che ha il compito-chiave di fornire il parere tecnico all’UNESCO e che nella sua valutazione ha già indicato alcuni errori da riparare e alcune potenzialità da sviluppare.

Sempre nell’ottica di uno sguardo allargato e di relazioni multiple, non va accantonata l’idea di una parallela (non alternativa) valorizzazione dell’altopiano del Cansiglio da proporre come Riserva della Biosfera UNESCO, inserendolo tra gli ecosistemi riconosciuti e tutelati internazionalmente nei quali la conservazione della biodiversità si associa all’utilizzo sostenibile delle risorse. L’antica foresta del Cansiglio presenta innegabili valori naturalistici, storici, scientifici ed economici: proprio in un periodo in cui sono questi ultimi a prevalere, aprendo la strada all’ipotesi di venderne alcune parti, sarebbe invece lungimirante agire nella direzione opposta, valorizzandone il ruolo di bene comune su scala mondiale. I boschi del Cansiglio e le colline trevigiane andrebbero a costituire una vasta area certificata, mediana tra i siti delle Dolomiti e della laguna di Venezia, nucleo di quello che potrebbe diventare un Distretto UNESCO Veneto. La nostra regione infatti ospita molte eccellenze UNESCO sia culturali che naturali, alcune interamente entro i suoi confini (Venezia e la laguna, l’Orto botanico di Padova, Vicenza e le ville del Palladio, la città di Verona), altre interregionali (le Dolomiti) o transnazionali (alcuni Siti Palafitticoli preistorici dell’arco alpino e alcune Opere di difesa veneziane tra il XVII e XVIII secolo): buona parte del territorio regionale è coinvolto in processi legati all’UNESCO e potrebbe mettere in rete energie e risorse per una gestione condivisa, come stanno facendo altre regioni italiane.

Si tratta di un progetto di più lungo periodo, ma che può indicare una direzione di marcia. Nell’immediato per quanto riguarda le colline trevigiane serve convincere se stessi, prima dell’UNESCO, che si è degni del riconoscimento, che lo si desidera veramente non per sfruttare una nuova icona utile al mercato, ma perché l’homo oeconomicus della Marca resta ancora prima di tutto un uomo, ama la sua terra e vuole condividere col mondo la storia e la bellezza di un paesaggio culturale di cui ha le chiavi, vuole farlo conoscere e vuole tutelarlo al meglio insieme a tutti gli uomini di oggi per tutti gli uomini  di domani. E il Prosecco, che di quella terra è un figlio nobile, servirà allora solo per brindare alla felicità per un’eccellenza condivisa.

 

                                                                                   Silvana Anna Bianchi

(autrice del volume L’importanza di voler chiamarsi Unesco. La città di Verona tra mito di Giulietta e Patrimonio dell’Umanità, ed. Le Monnier 2017)

 

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