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ECONOMIA VERONESE | lunedì 11 settembre 2017, 23:49

Italia in recupero... Crescita troppo lenta, disoccupazione pesante e debito pubblico soffocante.

Ci auguriamo che i dati economici di ripresa, che stiamo apprendendo, si consolidino al più presto e, al tempo migliorino, ancorché, purtroppo, qualche voce preveda il ritorno alla vivacità economica di pre-crisi, ossia, a quella goduta nel 2008, ad oltre il 2020.

Vorremmo cordialmente, che tale data fosse più vicina, anche per dare effettiva speranza a chi il lavoro non ha e per garantire ai detentori dei Bot che il mastodontico debito pubblico, che frena l’economia, è effettivamente sostenibile o, ove possibile, almeno di poco, ridimensionabile, o, ancora meglio, limitabile nella sua continua ascesa. Fattori, questi ultimi, ottenibili solamente portando al minimo la spesa pubblica. Questo, perché una spesa inferiore all’attuale, richiederebbe meno indebitamento da parte dello Stato – cosa che vale per tutti le Nazioni – il quale, una volta meno indebitato – i Bot costituiscono debito e interessi da pagare – non sarebbe più costretto a nuova imposizione fiscale, liberando, in tal modo, liquidità, da investire nell’economia. Risparmiare è l’unica ‘manovra’, che crea ricchezza, nel privato e nel pubblico. Abbiamo detto, dianzi, “liberando liquidità, da veicolare nell’economia”, garantendo maggiore potere d’acquisto ai cittadini e creazione di maggiore fiducia, in chi conduce o pensa di aprire un’impresa. La quale costituisce, piccola o grande, il migliore tesoro, di cui disponga un Paese, essendo essa fonte di valore aggiunto, di occupazione e di benessere. E, se in Italia, qualcosa oggi si muove, questo qualcosa è dovuto, appunto, a chi si impegna e rischia, in mezzo a mille ostacoli, nell’impresa. La quale, dunque, assume massimo valore sociale. Per questo, la stessa – dimenticando lotta di classe e falliti concetti, che hanno solo impoverito – va aiutata e, in tal modo, spinta a sempre nuovi traguardi, liberandola il più possibile, da quanto la frena. Ossia, la mancanza di adatte riforme, già in essere in altri euro-paesi, atte a ridurre il costo del lavoro, dal quale, assieme alla qualità, che non manca, dipende il maggiore consumo interno e l’export, e a creare rapidità, in fatto di giustizia. Frenano la crescita anche l’incertezza politica e il pericolo d’una continuità di instabilità governativa, pure prevista per dopo le elezioni politiche 2018. Azione governativa, che è determinante, anche in vista del fatto che, almeno sembra, cessi, a fine anno, l’allentamento monetario – quel benefico acquisto obbligazionario, che ci ha fatto risparmiare miliardi di euro – in atto, a cura di Mario Draghi, cessazione, che non solo porterà all’aumento del tasso di remunerazione dei nostri Bot, ma, anche dei tassi in generale, con le relative conseguenze, su un’economia, già fragile. A ciò s’aggiunge il pericolo, che creerebbe problemi anche alla BCE, di un rafforzamento dell’euro – per il trasferimento di liquidità dagli Stati Uniti, in vista d’un indebolimento del dollaro – che, se, appunto, forte, danneggerebbe, come è noto, le nostre esportazioni, nonostante la qualità delle merci italiane. E non dimentichiamo le forti esposizioni bancarie.

Si parla di un Pil, di migliorata produzione e di un’occupazione in avanzata, ma, il procedere attuale è molto modesto, specie dinanzi ad un debito di oltre 2200 mld, che costituisce uno dei maggiori ostacoli al migliore progetto amministrativo. Né, in fatto di lavoro, servono bonus fiscali per assunzioni a tempo indeterminato, perché l’impresa, elemento essenziale in economia, ha bisogno di certezze e non può assumere a lungo termine, solo in base a riconoscimenti provvisori, mentre l’economia stessa non guarda a questo, ma ad essere liberata da quei lacci, che, assenti in altri Paesi, le permetterebbero di vincere, con forza, la concorrenza, di evolversi positivamente e di essere feconda fonte d’occupazione.
Pierantonio Braggio


Pierantonio Braggio

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